RITUALITA' E MAGIA
( Fonti )
1. Da L'immaginario collettivo degli Irpini (pubblicato 2008)
2. Da Irpinia magica (inedito)
 |
L'immaginario collettivo degli Irpini
Terapie magiche, Creature fantastiche, Divinazione, ecc. |
Indice
I Le pratiche empiriche in Irpinia
1. Le formule rituali
2. Le historiolae
II I guaritori popolari
1. Gli operatori magici
2. Le janàre fattucchiere
3. Le mammane fattucchiere
4. L'acconzaòsse
5. Gli esorcisti
III. Mammasanta
IV. Il malocchio
V. Le pratiche per esorcizzare il malocchio
VI. La verminazione
VII. Etnoiatria
VIII. La fascinazione e gli animali
1. Gli animali domestici e da cortile
2. Gli animali selvatici
IX. Le creature fantastiche
1. Il Lupo mannaro
2. L'Ombra
3. Il Malevento
X. Lo Scazzamauriello
XI. La janàra
XII. La janàra tra Irpinia e Sannio di Antonio Daniele
XIII. Il mondo demoniaco. Capocifero, Il Diavolo Zoppo
XIV. Le anime dei trapassati
1. L'apparizione dei morti
2. Le malecose
XV. La divinazione
1. I segni premonitori
2. Le operazioni magiche di predizione
XVI. Il mondo dei sogni
1. La visione dei defunti
2. L'intepretazione dei sogni
XVII. La notte dell'Epifania
XVIII. La notte dell'Ascensione
XIX. La notte di San Giovanni Battista
XX. La Quaresima
1. La pupa quaresimale
2. Segalavecchia
XXI. La magia nera
1. Evocazioni dei diavolo
2. Il legamento (lehatùra)
3. L'impronta (peràta)
4. Le controfatture
XXII. Oggetti apotropaici
1. Amuleti
2. Scapolari
XXIII I numeri dal potere virtuale
XXIV. I tabù
1. I tabù sacrali
2. I tabù rituali
XXV. La luna
1. La luna e la terra
2. La luna e la donna
XXVI. Magia tempestaria
1. Contro i tuoni e i lampi
2. Contro la grandine
3. Contro il temporale
XXVII Le previsioni meteorologiche secondo la sapienza popolare
1. Le calende
2. Le quattro quarantine meteorologiche
XXVIII I segni premonitori del bello e del cattivo tempo
XXIX . I proverbi meteorologici attraverso i mesi
XXX. Il raccolto dei campi
1. Le previsioni del raccolto
2. Riti propiziatori della fertilità
3. Ritualità di divinazione
XXXI I giorni fausti e i giorni infausti
XXXII La misura del tempo
XXXIII Calendario popolare
*********************
VII. La medicina popolare
Il malato nella società agro-pasotrale finiva per cercare la causa del proprio male o nelle persone o in entità soprannaturali o nel mondo dell'occulto. Di conseguenza diverse erano le terapie per curare la sua malattia. A ben guardare non è che si possa indicare con precisione la malattia nei confronti della quale queste pratiche hanno sicura efficacia. Si tratta di forme di malessere generale, le più varie e le più diverse, generate per lo più dalla convinzione di aver provocato l'insorgere di potenze malefiche nei propri confronti, potenze esterne all'individuo stesso (come nel caso dell'itteriza: uno che piscia contro l'arcobaleno!), mentre in altri casi ci troviamo di fronte a formule che tentano di scongiurare influssi di cui altri individui sono responsabili, spinti o da invidia o da rancore o da desideri di vendetta. Tenuto anche conto di ciò, le terapie si possono dividere in:
a. terapie magico-erboristiche che mostrano una maggiore connotazione terapeutica, in quanto si basano prevalentemente sull'utilizzo di erbe medicinali, come la camomilla, la ruta, la valeriana, il marrubio, il papavero, ecc.
b. forme terapeutiche che si muovono quasi esclusivamente nell'ambito della magia - in molte terapie gioca un ruolo esclusivo il magico -; in queste operazioni, che si basano anzitutto sulle parole e sui gesti rigorosamente eseguiti secondo un rituale arcaico, sopravvivono esperienze conducibili alla tradizione pagana. Nelle terapie magiche occupano un posto rilevante i materiali di origine umana, come il sangue mestruale, i capelli, la saliva, l'urina, i peli delle ascelle o del pube, la placenta, il cordone ombelicale, lo sperma;
c. terapie basate contemporaneamente sull'azione delle erbe, sulle formule magiche e sulle forze divine. Si tratta di pratiche durante le quali i guaritori utilizzano qualche erba, adoperano una gestualità di tipo magico, ma nello stesso tempo invocano Dio, la Vergine o i Santi. La medicina popolare ha conservato evidenti tracce di culti pagani, ma all'interno dei cerimoniali terapeutici un ruolo determinante lo detiene la magia, pur lasciando scorgere elementi del culto cristiano, seppure interpretato in modo personale dagli operatori. Con i materiali sacri (incenso, palma consacrata, ceri della Candelora, ecc.) convivono altri oggetti non liturgici (olio, ferro, anello, ecc.); l'elemento magico e l'elemento terapeutico risultano tanto vicini da apparire inscindibili.
La medicina popolare non conosceva la molteplicità delle malattie, anzi spesso gli operatori magici confondevano i sintomi di una malattia con un'altra. I più coscienziosi nel dubbio ricorrevano a pratiche terapeutiche naturali. Nell'ideologia popolare la vita dell'uomo è legata strettamente alla natura, e solo dalla natura possono venire i rimedi ai mali che lo affliggono. All'effetto positivo delle terapie, come rileva anche la Trocchi ( Magia e medicina , p. 103), concorrono i quattro elementi empedoclei: l'acqua dei decotti o degli infusi, il fuoco che serve per mettere a bollire le erbe, la terra con il complesso delle erbe medicinali; e l'aria ( Addu trase lu solu nu' ngi trase lu duttore ), perché il preparato viene esposto all'aperto ( a la serena ) per una notte intera.
Anche i nostri contadini erano convinti che, a ben cercare, la natura offre il rimedio di ogni malattia: Pe ogni male r' cuorpu la mmerecìna è int'a l'uortu (Per ogni male che colpisce il corpo la medicina sta lì nell'orto); e che era il cibo la più sicura medicina: P' curà ogni mmale: pìnnele r' addìna e sciruppu r' cantina (Per la cura di ogni male: pillole di gallina, le uova , e sciroppo di cantina, il vino). Ma evidentemente non bastavano le erbe dell'orto per curare i mali che affliggono l'uomo.
Dunque, tranne che in pochi casi, il maggior numero delle terapie si muove quasi assolutamente nell'ambito della magia; infatti, le terapie raccolte sono la conferma che la guarigione era affidata alla combinazione di tre forze: all'azione di erbe medicinali, alla virtù delle formule magiche e alla potenza delle forze divine (in non poche patologie giocavano un ruolo predominante gli aspetti di natura religiosa). Questo perché la causa dell'insorgere del male era determinata o dalla violazione di un tabù o dall'infrazione di norme a sfondo religioso.
Come capitava presso tutte le società antiche, anche i motivi del successo o dell'insuccesso non erano attribuiti a capacità specifiche e personali, ma a forze esterne all'individuo. Di qui la necessità di stabilire rapporti positivi con queste forze che l'individuo in qualche modo si è reso nemiche, e anche di rigettare quei malefici su chi li ha provocati, nella convinzione che il male, una volta scatenato, è ineliminabile, cioè lo si può deviare, ma non annullare. Infatti, la maggior parte dei mali non è guarita, ma trasferita. Il male da cui l'uomo si sforzava di liberarsi, può passare o su un altro uomo, o su un animale o su una cosa inanimata. Il trasferimento avviene spesso tramite un oggetto che diventa il veicolo del male. Il passaggio poteva avvenire, secondo la tecnica della translatio morbi :
a . su una pianta facendo un'incisione sulla corteccia del tronco, e solo quando la corteccia si essiccava e cadeva, il paziente si poteva dire completamente guarito;
b . su un passante sconosciuto (vedi la pignatta depositata in un crocicchio, oppure il malocchio fatto col getto dell'acqua in strada); oppure su un bersaglio mirato: il supposto autore del malocchio, o un nemico storico;
c. su un animale, che per lo più periva al posto del primo portatore (durante la terapia per la cura del male dell'arco la praticante trasferisce il male di un paziente su una gatta che di lì a poco viene trovata morta).
Un informatore di Fontanarosa ( Di Prizito ) mi rivelava che anni addietro, nel rifare il tetto di casa, i muratori trovarono tra le tegole tre pignatte sigillate. Una volta frantumate, all'interno trovarono solo uno spago. Lo spago era l'elemento su cui era stato trasferito il male, in attesa di trasmetterlo al padrone della casa.
La varietà delle tecniche terapeutiche tese a guarire una molteplicità di malattie ( che vanno dalla parotite alle malattie viscerali, alle ustioni, agli spasmi convulsivi, alle malattie degli occhi) conferma che accanto alla cultura medica ufficiale conviveva una medicina popolare che esprimeva un'altra cultura, e quindi una risorsa alternativa. Nella visione arcaica un male o era il frutto di una punizione per una trasgressione commessa oppure era il prodotto di un maleficio attivato tramite malefici o fatture. In tal caso l'insondabile penetrava nella vita quotidiana e sconvolgeva la famiglia che si attivava subito per annullare la causa del male: per l'interessato, in ogni caso, la causa era solo e sempre di origine magica
1. Per i porri
La forma terapeutica è attiva fuori da ogni forma di religiosità. Inoltre, gli aspetti magici prevalgono decisamente anche sugli aspetti terapeutici. I testimoni di Nusco ( Carbonara e Michelina P. ) e di San Mango ( Prizio ) ricordano la stessa terapia: il paziente deve annodare tanti fili di paglia, quanti sono i porri. Poi li nasconde sotto un sasso. Ma deve stare attento a non ripassare nello stesso luogo, perché i porri ricomparirebbero. A Torella ( Fariello ) , invece, usavano una pratica simile a quella adoperata per la cura della pertosse: il paziente doveva prendere tanti fagioli, quanti erano le verruche, recarsi vicino a un pozzo o a uno stagno, volgergli le spalle ( te giri re culo ) e gettarli nell'acqua. Nello stesso momento recitare le parole dello scongiuro:
Puorri secca Come si infradiciano i fagioli
e fasuli nfràcida. così si secchino i porri.
“Tre bbote a ra rice accossì. E adda èsse re mancanza, pecché si è re crescenza, li puorri crésceno (Tre volte devi dire così. Però la pratica va attivata con la luna calante, perché se si attiva con la luna crescente, i porri crescono)” conclude la testimone, che una volta si fece curare da una guaritrice di nome Maliuccia, una contadina esperta di erbe e di cure. Sempre a Torella ( Greco ): la praticante prende tanti acini di sale, quanti sono i porri spuntati sulle mani, li avvolge in un foglio di carta e li getta nel fuoco. Mentre il sale scoppietta sui carboni, la praticante dice per tre volte per ogni porro:
| T'ammarìti, t'ammarìti, |
Ti mariti, ti mariti, |
| si tène li puorri, me re ddici. |
se tiene i porri me lo dici. |
Poi raccoglie un ciuffo d'erba (la fonte non dice quale), la trita con una pietra fino a ridurla a una poltiglia e poi la applica sui porri. Intanto ripete ancora per tre volte:
| T'ammarìti, t'ammarìti, |
Ti mariti, ti mariti, |
| pìgliti li puorri r' stu ìrutu! |
prenditi i porri di questo dito! |
La pratica, in cui prevalgono gli aspetti rituali e simbolici, deve essere fatta da un estraneo, precisa la testimone: effettuata da un parente, non darebbe alcun risultato. Un informatore di Bagnoli ( G. Chieffo ) afferma che da bambino ha assistito alla cura dei porri, praticata da un guaritore di campagna: questo prese un pezzo di carne, lo strofinò su tutti i porri, poi lo avvolse in uno straccio e lo seppellì. Queste pratiche sono basate sul principio mimetico: come la carne si macera, così si comsumano i porri.
Un'informatrice di Avellino, di contrada Bagnoli ( Ercolino ), conosce due pratiche magiche per liberarsi dai porri. La prima prevede che il malato debba gettare in tre pozzi diversi, e lontani dalla propria abitazione, tre grani di sale doppio. Lo stesso risultato si ottiene se gli acini sono gettati in un forno appena acceso e pronto per infornarvi il pane. La seconda pratica prevede che chi ha i porri sulle mani deve attendere che passi un funerale: appena il corteo funebre comincia a sfilare, deve togliere da sotto le scarpe dei granelli di polvere; infine deve strofinare questa polvere sulle mani, e i porri andranno via. A Montemiletto ( Colella , p. 215) chi era sofferente, appena scorgeva due due persone in groppa a un mulo, si accostava alla bestia e diceva:
| ‘Ui che ghiàt'a ddui a ddui, |
A voi che andate in due, |
| li puorri ngul'a bbui! |
i porri finiscano nel culo. |
2. Per la pertosse
Chi era colpito dalla tosse convulsiva, per guarire doveva trovare un pozzo e gettare dentro tre ceci, stando di spalle ad esso. Completata l'operazione, il paziente si allontanava senza voltarsi indietro. Non doveva più tornare in quel posto per attingere acqua dal pozzo, altrimenti avrebbe ripreso il male. Tutta la bontà della terapia magica sta nel volgere le spalle in tutti sensi al male da cui ci si vuole liberare. L'informatrice (Zungoli, De Paola ) non ci rivela la formula di scongiuro adoperata durante l'operazione magica.
3. Per l'otite
Quando ad avere il male era un bambino lattante, la madre gli versava nell'orecchio malato un ditale di latte, spremuto dalle sue poppe. Se si trattava di persona più grande, si versava nell'orecchio malato un cucchiaino d'olio tiepido (Bagnoli, Gatta ).
4. Per il foruncolo sul collo (caravùgno)
Quando sul collo spuntava un grosso foruncolo e cominciava a dare fastidio, impedendo addirittura di muovere il collo, bisognava ricorrere soltanto alla medicina popolare: si raccoglievano tre o quattro ciuffi d'erba muraiola (oppure di lappazio) e si mettevano con un impacco sul foruncolo. Prima però si segnava sulla parte malata una croce. Tempo pochi giorni, il foruncolo maturava cacciando la materia purulenta(Mirabella, D'Addiaco ).
5. Per la congestione oculare
Per far assorbire l'eccessivo afflusso di sangue negli occhi, il rimediante tracciava tre segni di croce sulla fronte del paziente mentre recitava tre volte la formula (Nusco, Michelina P.) :
 |
Fermutu, sangu, nun cammunà!
a nnomu ri la Verginu Maria
,prima cu la sua e po' cu la manu mia! |
Fermati, sangue, oltre non andare,
in nome della Vergine Maria
prima con la sua, dopo con la mano mia!
|
Il rituale affida la guarigione del male al concorso di due poteri: alla virtù del rimediante ( cu la manu mia ), dotato di virtù naturali, e alla potenza della Vergine Maria ( cu la manu sua ), dotata di virtù soprannaturali. Quel prima riconosce la superiorità dell'intervento divino. Un'altra fonte sempre di Nusco (Carbonara ) riferisce una diversa formula, da ripetere tre volte, che invoca l'intervento di Santa Lucia: Sanda Luciella, sta furia ri sangu tiratélla (Santa Lucia, il sangue dall'occhio portati via) . L'informatrice aggiunge che la formula propiziatoria deve essere ripetuta dal paziente, mentre la praticante traccia con un anello d'oro tre segni di croce sull'occhio arrossato. Fortunato, invece, chi era colpito dal male in tempo di vendemmia, perché bastava che saltasse in un tino e pigiasse l'uva: come il succo rosso usciva dai chicchi, così andava via il sangue dagli occhi (Capriglia, Spinola ).
6. Per il bruscolo nell'occhio
Per liberare l'occhio da un corpo estraneo si ricorre a una pratica magica. La cura empirica, in cui c'è commistione tra gestualità e formulario, fu rilevata a Nusco (Carbonara) :
 |
Sì' rrossa cumm'a na rosa,
sì' ppungendu cumm'a na spina:
né ràruca né prucìna
Sanda Luciella,
cu cungu iritéllu,
libbura ra scar'e scardéllu |
Sei rosso come una rosa,
sei pungente come una spina:
non metta radici il male né avanzi.
O Santa piccola Lucia,
con le tue cinque dita delicate
libera l'occhio da bruscoli e da schegge. |
L'operatore segnava l'occhio ferito con un anello matrimoniale. Il gesto ha valore sacrale, giacché l'anello ( la fede ) è stato benedetto all'atto del sacramento delle nozze (cfr. Decamerone , VIII, 10, in cui il protagonista, ricevuto in dono da una donna un anello d'oro, se lo strofina tre volte sulle palpebre e poi lo bacia, prima di infilarselo al dito). La formula era ripetuta tre volte, e ogni volta l'ultimo verso era ripetuto per tre volte. L'informatrice di Bagnoli ( Ciletti ) asserisce: “Quannu te ìa a ffunìsci int'a l'uocchi o nu piripàgliu o nu muschìddu, aviva sciuscià lu nasu fin quannu assìa sta cosa. Po' pigliavi cu ddoie jérete la ciglia r' cimma e facìvi tre bbote la croci. Accussì te passava.” (Se ti finiva in un occhio un bruscolo o un moscerino, dovevi soffiarti il naso fino a che veniva via il corpo estraneo. Dopo, prendevi con due dita la palpebra superiore e facevi tre segni di croce. Così ti passava).
7. Per l'orzaiolo
A Nusco ( M. Natale ) , per curare l'infiammazione agli occhi, l'arma magica è anzitutto la formula incantatoria. La praticante, durante il rituale, la ripeteva tre volte:
 |
Nasci cumm'a na rosa,
ponge cumm'a na spina:
ca nun muttessu ràruca,
ca nun cacciasse spinu! |
Spunta come una rosa,
punge come una spina:
non metta radici,
non diventi spina! |
L'assimilazione del male a un fiore è suggestiva: l'orzaiolo ha la forma di un piccolo bocciolo ma, come la rosa reca con sé le spine, così anche il pedicello punge la carne del malato. La formula tende, quindi, a esorcizzare la gravità del male. Anche a Rocca ( Lisena ) , dove il male assume il nome di peratèdda, si recitava una filastrocca propiziatoria, ma con implicazioni religiose. Nella historiola si narra di un incidente capitato a San Pietro, qui nei panni di uno spaccapietre (forse il mestiere del Santo è suggerito dalla omografia di Pietre /pietre). Una scheggia gli va a finire negli occhi e, per guarire, ricorre a Santa Lucia, la protettrice della vista:
Santo Pietre mmiezz'a lo mare stéva,
prète re marmo re fatiàva:
na scarda rind'a ll'uocchi ne zompàva.
Recurrìmm'a Santa Lucia bella:
guarisce furia re sango e peratèdda. |
San Pietro in mezzo al mare stava:
mentre pietre di marmo lavorava,
una scheggia nell'occhio gli saltò.
Ricorriamo a Santa Lucia bella:
guarisce afflusso di sangue e pustolette. |
A Capriglia una fonte ( Spinola ) asserisce di essere guarito dall'orzaiolo, guardando con l'occhio malato attraverso la bocca di una bottiglia nel fondo, volta in alto verso il sole, tre volte in una sola giornata: all'alba, a mezzogiorno, al tramonto.
8. Per la cispa
La cura è priva d'implicazioni magiche, tuttavia la fonte di Nusco ( Carbonara ) suggerisce di praticarla di prima mattina. La luce dell'alba è propiziatoria del ritorno della vista: Quannu te chiàngiunu l'uocchi e tieni la scazzìa o ti bruciunu, vuddi l'acqua ri l'inzalata e lu funucchiu, po' lu fai rustà vintiquattoru. Roppu ti lavi l'uocchi e ti passa. (Quando gli occhi ti lacrimano e hai la cispa, oppure te li senti bruciare, metti a bollire nell'acqua alcune foglie di lattuga miste al finocchio. Lo lasci riposare per una giornata intera. Solo dopo ti lavi gli occhi con l'infuso, e guarisci.
9. Per i geloni
Le pratiche raccolte (a Senerchia, a Nusco, a Rocca, ecc.) hanno la stessa struttura dialogica e prevedono la guarigione tramite translatio morbi , vale a dire trasferendo su altri la sofferenza che procurano i geloni, li gilùni . A Nusco ( Delli Gatti ), il malato andava a bussare alla porta di una casa qualsiasi e chiamava: - Zì cumma'! (Zia comare). Appena da dentro casa rispondevano: - Chi è? -, il paziente doveva subito dire:
Tengu li ggeluni
e te re lassu nnant'a lu purtone:
scinni abbasciu e pigliatìrre tu! |
Tengo i geloni
e te li lascio davanti al portone:
scendi giù e prendeteli tu! |
10. Per i crampi muscolari
La pratica si poggia su un complesso apparato di gesti, parole e operazioni rituali, e utilizza due fusi, come strumenti simbolici. Tre le testimonianze, una raccolta a Nusco ( Carbonara ), la seconda a Montemiletto ( Capone ) e l'altra a Torella ( Fariello ). Le tre filastrocche magiche praticamente sono identiche. Riporto la versione di Nusco. A chi soffriva i dolori provocati dai crampi si praticava questo rituale: due sorelle nubili, dopo aver agganciato gli uncini di due fusi, li facevano passare sulla parte dolente, tracciando tre volte la croce. E dovevano ripetere l'operazione tre volte al giorno con tutto l'apparato dei segni. E nello stesso tempo dire così:
Ddoi soru simu,
ra Roma vunìmu
e ngi vulimu mmarutà…
ma mò sti ddui niervi ngravaccàti
ru bbulìmu suparà! |
Due sorelle siamo.
da Roma veniamo
e maritarci vogliamo …
ma ora questi nervi accavallati
li vogliamo separare! |
L'operazione magica, hanno assicurato le fonti, aveva il potere di arrestare all'istante la patologia dolorosa. A Mirabella ( D'Addiaco ) l'identico rituale veniva praticato anche ai mietitori che, dopo una lunga fatica, vedevano gonfiarsi il braccio che impugnava la falce. Leggermente diversa la formula: “ Ddoi sore simo, mmaretà nce volimo: stu niervo ngarevaccato, sgarevaccato lu volimo ”. La terapia magica era praticata anche a Montecalvo ( Siciliano ) con l'identica formula incantatoria anche per curare la tendinite e le infiammazioni degli arti.
11. Per la parotite ( Li ricchiùni )
A Nusco ( Carbonara ) il rimediante curava gli orecchioni strofinando la fuliggine grattata dalla canna fumaria del camino - l'uso della fuliggine è forse motivato dal concetto di sacralità del focolare domestico - dietro tutte e due le orecchie. Nel contempo diceva:
|
Urgi urgiuni,
stu malu l'è bbunutu senza raggionu…
A nnomu ri lu Santissimu Saluvatoru,
libburàllu ra quistu ruloru! |
Urgi, urgiuni,
il male gli è venuto senza una ragione.
In nome del Santissimo Salvatore ,
liberalo da questo dolore . |
Dove le parole magiche che, accompagnate dal meccanismo gestuale, devono provocare la guarigione, sono: urgi-urgiuni, suggellate però dall'invocazione al Salvatore. A Calitri, precisa il testimone (Salvante) , gli orecchioni erano curati disegnando con una matita copiativa sul collo del malato una figura a forma di stella a cinque punte. Ma, attivando la pratica, l'operatore non doveva mai staccare la matita dalla pelle. Il rituale magico posa sul principio imitativo. Cfr. D 'Amato : “Nuovo contributo , p. 141 ): “In alcuni paesi irpini si scrivono li recchiune (gli orecchioni). Si traccia sulle ghiandole gonfiate una specie di figura geometrica, per lo più un triangolo o una stella a cinque raggi, che si crede efficacissima per la pronta guarigione”.
(Continua)
***************************
XIV. Le anime dei morti
1. L'apparizione dei defunti
Nella credenza irpina c'è la memoria diffusa del ritorno annuale dei morti sulla terra, anche per scontare parte dei loro peccati in questo mondo. Secondo alcuni informatori essi non sempre si mostrano nelle fattezze umane: c'è chi appare di notte con l'aspetto di un cane bianco (fonti: nella Baronia e a San Mango sul Calore), o di un coniglio (fonte di Nusco), ma per lo più nella forma di una falena… Invece, il loro ritorno in forma umana avviene in un tempo compreso tra la notte del due di novembre e Carnevale, quando vanno via le ultime anime dei morti. Il lungo periodo era segnato da tre momenti speciali, in cui la presenza dei morti era più sentita:
a. la notte del due novembre,
b. la notte dell'ultimo dell'anno,
c. la notte dell'Epifania. Nella notte tra l'uno e il due novembre, come pure nella notte dell'ultimo dell'anno, è possibile vedere le anime dei morti. Basta riempire una catinella d'acqua, esporla sul davanzale della finestra, accendere ai lati due candele, formate col cerume raccolto in tutto l'anno da ogni componente della famiglia, e attendere la mezzanotte. Al primo tocco della campana, nel fondo della catinella, al fioco lume dei due ceri, i morti sfilano in processione a uno a uno, vestiti di bianco e preceduti da un sacerdote; e si possono facilmente riconoscere pure i volti dei propri familiari che passano silenziosi sotto i nostri occhi.
Ma la visione dura poco: all'ultimo tocco della campana le ombre dei defunti svaniscono. Narra una leggenda di Bagnoli - conosciuta anche a Zungoli ( De Paola ), a Taurasi ( A. Pizzano e F. Russo ), a Chiusano ( Ferrandino ), ecc. - che nella stessa notte tra l'uno e il due di novembre viene officiata la messa dei morti da un prete anch'esso defunto, condannato a dire tutte le messe che da vivo ha trascurato di officiare. Molte varianti indicano invece la notte dell'Epifania: Atripalda, Alvino ; Montoro Inferiore, A. Di Girolamo ; S. Andrea di Conza, Russoniello ; Lioni, D'Amelio , ecc. Altre, tutte le notti: Prata P. U., Petrillo ; Vallesaccarda, Ragazzo M. , ecc.).
Secondo la fonte di Montoro S. ( A. Lettieri ), a sentire la messa sono tutte anime del purgatorio. A mezzanotte in punto, si illumina la chiesa e si spalanca il portone d'ingresso. Se per ventura capita una persona ancora in vita, corre il rischio di restare per sempre con i trapassati: appena finita la messa, la porta si richiude da sola, e chi si trova dentro vi rimane per sempre. La storia è un topos della letteratura popolare irpina. Si riporta la versione di Atripalda ( Alvino ):
La messa dei morti
“Tutte le feste vanno e vengono, ma l'Epifania sarebbe meglio se non venisse, perché quella notte i morti soffrono. La notte della viglila dell'Epifania, in punto mezzanotte, tutti i morti si alzano e, stringendo una candela in pugno, si recano insieme a sentire la messa. Tanti anni addietro nella case non c'era l'acqua corrente e ci si alzava a tutte le ore per andare ad attingerla alla fontana pubblica. Una donna, che non riusciva a prendere sonno, si alzò dal letto.
- Ora vado a prendere l'acqua e sciacquo i panni. - Nel passare dinanzi alla chiesa, vide la porta aperta:
- Beh, così mi sento anche la messa -. Entrò in chiesa e vide una donna che era la sua comare di cresima. Questa comare, che era defunta da tanto tempo, si voltò e le disse:
- Comare, come mai ti trovi qui?
- E la comare - Tu ignori che questa non è messa per voi vivi? Prendi questa candela e, prima che il prete dica: Dominus vobiscum , ti devi trovare fuori, perché le porte si chiuderanno da sole. Ma non dimenticarti di riportarmi la candela!
La comare così fece. Come il parroco pronunziò quelle parole, se ne scappò fuori, proprio mentre le porte stavano per chiudersi. Nel fuggire restò con la gonna chiusa in mezzo ai battenti. Ma non si perse d'animo: tirò fuori un coltellino e tagliò il pezzo di gonna rimasto chiuso. E se ne tornò a casa. Si coricò, dormì e il mattino dopo, al risveglio, si trovò con questa candela. Si ricordò ciò che le aveva detto la comare; quello stesso giorno andò al cimitero e accese la candela sulla sua fossa.”
Nei paesi d'Irpinia, un tempo, si usava accendere i fuochi sia nella notte dei Morti sia nella notte di Capodanno sia nella notte dell'Epifania, forse con l'intenzione di indicare la strada alle anime dei morti che tornavano. Chi desiderava accoglierle, copriva il setaccio con uno straccio (si fanno diverse ipotesi: con le sue centinaia di buchi il vaglio confonderebbe l'anima del defunto che ne potrebbe restare imbrigliato; oppure, come il setaccio non fa passare i granuli più grossi, così non lascerebbe entrare le anime; oppure come l'attrezzo trattiene i chicchi più grossi, così potrebbe trattenere in casa l'anima del defunto), metteva via la scopa (la cui presenza, invece, esprimerebbe il rifiuto del padrone di casa di accoglierle), spegneva il fuoco e ammonticchiava la cenere nel focolare (la cenere era ritenuta magicamente rappresentativa del mondo dei morti, e la sua presenza ricorderebbe il loro stato di non-vivi ). E infine imbandiva la tavola in loro onore. Ma bastava poco: un pezzo di pane e una brocca colma d'acqua. Un segno di contatto avuto con l'anima di un defunto era il livido che taluni, al risveglio, si trovavano su qualche parte del corpo; questo livido era detto lu vasu r' la bonanema (Bagnoli, M. Nigro ).
La memoria dei morti era sacra e il rispetto profondo. Al solo ricordo di un estinto, anche se estraneo, si aggiunge l'epiteto, che a volte ha valore scaramentico, la bonànima : la bonànima r' mammagrossa (la buonanima di nonna), la bonànema r' sòcrema (la buonanima di mia suocera), ecc. Oppure espressioni come queste: Mò stace mbrazz'a lu Pataternu (Ora sta nelle braccia del Padreterno), Sta' a lu munnu r' la veretà (Sta nel mondo della verità)…
Non era, però, infrequente l'abitudine di maledire i morti: Chi t'è muortu e chi t'è stramuortu (Mortacci e stramortacci tuoi!); Pozza odde a Casa r' Riavulu! (Possa bollire nella Casa del diavolo!); Pozza arde a li prufunna (Possa bruciare nel fuoco dell'inferno più profondo), ecc. Queste bestemmie, però, si pagano severamente nell'altro mondo: il peccatore è costretto a passare la lingua sui carboni ardenti, settantasette volte per ogni morto che ha maledetto (Bagnoli, M. Nigro ).
E' possibile distinguere le anime dei trapassati, a seconda della destinazione che si ritiene sia stata assegnata loro nell'altro mondo:
a . anime beate , che appaiono docili e innocue. Sono le più discrete; infatti, poco ci è dato sapere sul loro conto. Comunque mostrano, anche se solo per i primi tempi dopo la scomparsa, nel volto il dolore per il distacco dalla vita e dagli affetti dei cari. Nella credenza popolare l'anima rimane sulla terra ancora per sei mesi, fino a che la raggiungono le anime di altri morti per guidarla sulla strada che porta all'altro mondo. Queste anime e quelle purganti appaiono, sia nella realtà sia nella finzione del sogno, sempre in folla, in processione o in gruppi. Le anime dei dannati, invece, a prova della solitudine anche nella sofferenza, si presentano ai vivi sempre sole e disperate.
b. anime purganti, cioè che alloggiano provvisoriamente in purgatorio, rappresentate nelle immagini completamente avvolte dalle fiamme e con le mani tese verso la Madonna del Carmine, la loro protettrice. Esse vengono catalogate anche come spiriti benigni . Sono essi che tornano periodicamente, come nella notte dell'Epifania, sulla terra a visitare la casa dei congiunti, portatori di pace e di benessere (Mirabella, De Simone ). Questa la testimonianza di una fonte di Torella (R. S. casalinga settantenne):
“Una notte mi alzai dal letto per andare nell'orto dietro casa a fare un bisogno. Mi fermai sotto la pianta di fico e mi chinai. Nel silenzio, al buio, mentre facevo i fatti miei, sentivo un rumore di zappe a pochi passi da me. Mi spaventai. Feci in fretta e furia le mie cose e tornai a letto. La mattina dopo, alle prime luci del giorno, il mio primo pensiero fu quello di andare a controllare. Scesi giù e trovai tutto l'orto dissodato e pronto per la semina!”.
Le anime appaiono ai vivi, anche in sogno, soprattutto con l'intento di implorare preghiere e messe in suffragio; in questo caso nel sogno dicono di avere fame (Lioni, D'Amelio ). Allora p'arrefrescà l'ànema r' li muorti, per alleviare la loro penitenza tra le fiamme del purgatorio, placando la loro arsura, i parenti ordinano al parroco messe in suffragio (cfr. Solofra, De Maio , p. 64), oppure i vivi facevano cantare giaculatorie per i defunti da cantastorie ambulanti, in genere innocenti ragazzini, che giungevano in paese, accompagnati da un anziano che suonava o una fisarmonica o un mandolino, in occasione della novena dei morti, dal 23 al 31 ottobre (Senerchia, Papamarino ). Ecco un frammento di questo canto in cui si immagin che l'anima di un padre chiede al figlio o una messa in suffragio o un Verbum caro per refrescà l'anema (Senerchia, Mazzone ):
Figlio, nun t'arricuordi
quanto bbene t'aggio vuluto?
Refrésca st'anema patùta
cu na messa o cu nu Verbum caro… |
Figlio,non ti ricordi
quanto bene ti ho voluto?
Rinfresca quest'anima sofferente
con una messa o con un Verbum caro… |
c. anime dannate , cioè irrimediabilmente condannate alle pene dell'inferno. Esse si manifestano alla comunità sotto varie forme, ma sempre sotto l'aspetto di bestie. cane, montone, coniglio, ecc. E terrorizzano a tal punto i malcapitati da indurli a letto con la febbre a quaranta, dibattendosi per quaranta giorni tra la vita e la morte. Non solo nell'aspetto le anime perse tradiscono la nuova natura di esseri demoniaci: anch'esse vanno in sogno e indicano i luoghi di tesori nascosti. Ma l'intento è quello di gettare il vivo nelle braccia del diavolo.
2. Le malecose
Per malecose si intendono per lo più le anime dannate di quanti hanno subito la mala morte , una morte violenta (soldati periti in guerra, briganti giustiziati sul luogo, persone comuni decedute in seguito a un sinistro) e prematura (bambini defunti prima di ricevere il sacramento del battesimo, cristiani stroncati da una malattia, ecc.); o le anime dei suicidi (come l'anima del dodicenne che si impiccò per una pagella scolastica negativa (Contrada, inf. De Santis ). L'anima dannata è anche quella di chi è stato sotterrato con una parte mancante del corpo oppure l'anima di chi non ha ricevuto l'onore del rito funebre.
L'ideologia popolare condanna queste anime all'inferno, perché per la morte sopravvenuta all'improvviso (sia se uccise da mano assassina sia se vittime di incidenti) non hanno avuto il tempo di chiedere perdono a Dio e si sono presentati al Suo giudizio col peso dei loro peccati. Sono morti che ancora non hanno lasciato il mondo dei vivi. E così vagano di notte, sotto forma di spiriti, spaventando il viandante già suggestionato dal mistero del buio, per tanti anni quanti sono quelli che gli sono stati sottratti (Mirabella, Di Fronzo : “ La loro anima vaga su questa terra per tanto tempo ancora fino a completare il ciclo degli anni che Dio gli ha destinato ”). Essi rendevano inquietante il luogo della loro sfortunata fine. Ricomparivano di notte e seguivano passo passo chiunque si trovasse da quelle parti, per tramutarsi all'improvviso in una vampa di fuoco oppure scomparire in prossimità del primo incrocio. Il perimetro della loro azione non era molto vasto: si aggiravano all'interno dello spazio racchiuso tra due incroci. Per questo un tempo i corpi dei condannati a morte erano seppelliti negli incroci, per disorientare la loro anima.
Chi ha la ventura di passare di là di notte, racconta di essesi preso un grande spavento, ma di non aver ricevuto danni. C'è pure chi racconta di aver parlato a lungo con una persona, ignorando che fosse già morta. Quando poi, a casa, gli è stato rivelato che si è intrattenuto con un defunto, si mette a letto con la febbre a quaranta, rimanendovi tra la vita e la morte per quaranta giorni.
Sul luogo del delitto o della disgrazia, per scongiurare l'apparizione delle ombre dei morti, un tempo si ergeva una croce. Oppure la gente poneva un semplice sasso e vi disegnava una croce di colore nero. La croce aveva la funzione di esorcizzare la comparsa di queste anime doppiamente dannate, cioè sia in disgrazia di Dio, sia perché hanno visto la morte con gli occhi subendo la violenza. Sempre per non trovarsele di fronte, si portava un abitino con l'immagine della Vergine Maria.
Se le apparizioni avvenivano in casa e a nulla servivano croci e scapolari e giaculatorie, si invitava il parroco a venire a benedire tutte le stanze e i luoghi in cui l'anima maledetta compariva spaventando gli abitanti. Molti informatori hanno raccontato fatti a loro capitati e giurano sulla loro veridicità. Si riportano alcune testimonianze. La prima è stata raccolta a Mercogliano da un muratore sessantenne ( De Santis ):
Il ragazzo impiccato
“Una notte, erano le due o le tre, di colpo si udirono dei rumori in tutta la casa. Poi un frastuono più forte giunse dalla cucina, sembrava il terremoto. Mi alzai, scesi per la scala e trovai chiusa la porta che immetteva in cucina. Quella porta prima non ero mai stato capace di chiuderla! Dalla cucina intanto provenivano ancora rumori, come se qualcuno spostasse sedie e tavoli, e gettasse con forza gli oggetti a terra. Sono risalito in camera e mi sono affacciato al balcone. Ho chiamato il vicino di casa e gli ho lanciato la chiave di casa. Quando mi ha aperto, siamo penetrati insieme in cucina. Mobili e oggetti facevano un solo mucchio al centro della stanza. Accanto al camino il gatto se ne stava tutto impaurito. Solo allora il vicino mi ha rivelato che tempo prima in quella stanza era morto un ragazzo dodicenne. Le cose andarono così: Alla chiusura della scuola questo ragazzo aveva portato la pagella al padre che zappava nel campo. Il padre vide i voti tutti scadenti e gli disse:
- Perché non vai a casa e ti impicchi?
Il figlio si riprese la pagella e si avviò a casa. Prese una fune la gettò attorno alla trave della cucina e si impiccò.”
Quest'altra testimonianza è stata raccolta a Bagnoli (fonte: Rosa Gargano ). L'informatrice è una casalinga che per anni ha viaggiato a piedi di notte per motivi di lavoro e non aveva mai avuto brutti incontri.
“Na notte avìa ì' a ccarecà lévene a la muntagna. M'azai roppu mezzanottu e cu lu ciucciu annanzi m'abbiài. Quann'arruvai prima r' lu pontu r' la Salici, quantu assìvu nu giovunu. I' pensai: - Quistu vai addu Pascalina. - questa stìa r' casa cchiù nnanzi e facìa la mala fémmena. Mò stu giovunu me passavu affiancu, e ni se vutavu ni me salutavu. Ma iu lu guardai buonu nfacci e lu canuscietti. Era Mariu r' Sellittu. Quistu vulìa a mmorte a na uagliotta, ma la famiglia nu' bbulìa. Allora issu, quannu ncuntrava a unu r' li parienti sua, a ra rètu li facìa re ccorne. Se n'accurgìvu lu fratu r' la uagliotta e cu la pistola li menèvu sei colpi mpiettu, e l'accirivu. Quannu lu canuscietti, me squagliavu lu sangu ncuorpu. Quistu mò cu nu zumpu saglivu ngimm'a lu muru r' lu pontu e se menavu r' capabbasciu mpieri. Sentietti puru la botta. Ra la paura me ne turnai arrètu. A ra tannu portu sempu nu paru r' meraglie mpiettu, la Maronna e lu Coru r' Gesù.
Una volta dovevo andare in montagna per legna. Mi alzai a mezzanotte e mi avviai con l'asino. Arrivata poco lontano dal ponte della Salice, alle mie spalle comparve un giovane. Pensai dentro di me: - Questo va da Pasqualina - La donna abitava poco più innanzi e faceva la mala femmina. Nel passarmi accanto il giovane né mi salutò né si voltò. Ma io ebbi modo di guardarlo in faccia. E lo riconobbi: era Mario, il figlio di Sabella. Questo giovane un tempo desiderava da morire una ragazza, ma la famiglia di lei non voleva. Allora lui, quando incontrava un suo parente, alle spalle gli mostrava le corna, come per dire: - Io ve le metterò a tutti quanti! - Lo vide il fratello della sua amata e gli sparò sei colpi al petto. E l'ammazzò. Quando io lo riconobbi, mi si gelò il sangue dalla paura. Il giovane, intanto, saltò sul parapetto del ponte e si gettò giù a capofitto. Io sentii pure il tonfo. Tremando di paura me ne tornai a casa. Da allora ho sempre portato in petto un paio di medaglie, la Madonna e il Cuore di Gesù.”
Quest'altra fonte di Bagnoli ( Gerarda Gargano ) è stata testimone oculare dell'apparizione di una malacosa che le si mostrò in pieno giorno, quando era giovinetta negli anni Cinquanta:
“ Una volta, era di giorno chiaro, mentre camminvo con una fascina di legna sul capo, in una radura in mezzo al bosco mi trovai di colpo di fronte una donna tutta vestita di bianco. Pareva una zita che allora andava in chiesa a sposarsi. Si accostò a me e mi chiese:
- Hai visto per caso mio figlio? - Al mio no, si allontanò gridando: - Figlio mio, cuore di mamma tua! - e piangeva.
A casa raccontai il fatto. Mio padre non disse nulla per non spaventarmi. Ma tanti anni dopo mi rivelò la verità: avevo visto lo spirito di una povera cristiana che, avendo perduto il figlioletto, per la disperazione si era gettata giù nel burrone, proprio vicino al luogo nel quale io l'avevo vista quel giorno .”
Spesso le storie di apparizioni di malecose , che avvenivano quasi sempre di notte e in luoghi isolati, erano raccontate da persone facilmente suggestionabili. Certe stranezze che capitavano a tanti individui, costretti a stare fuori la notte, potevano essere spiegate, se non ci si lasciava prendere dal panico. Un'altra fonte di Bagnoli ( Stimato ) racconta un fatto accaduto a un giovane, che si diede alla macchia per non partire soldato al tempo dell'ultima guerra. Grazie al suo sangue freddo, riuscì a capire ciò che gli stava succedendo:
“Una volta Antonio si fermò a dormire nel vallone delle Querce. Poco tempo prima, un po' più in là, era stata uccisa una donna. Ma Antonio non era pavido: si allungò sul suolo, si coprì di foglie secche e non tardò a sprofondare nel sonno. Nella notte si sentì toccare ai piedi. La cosa non lo impressionò. Era avvolto dall'oscurità. Pose più attenzione e capì che qualcuno gli beccava la gamba. Guardò meglio e vide che si trattava di un picchio. Quale malecosa e malacosa vai cercando?”
Le malecose (vedi anche: Russo, Leggende religiose, n. 94, Il bambino della Pollentina ), così concordano tutti gli informatori, hanno smesso di terrorizzare i vivi con le loro apparizioni, grazie a una speciale benedizione che il Papa impartì sulle nostre montagne anni addietro. Pare negli anni Trenta.
XXI. La magia nera
Evocazioni demoniache - la lehatùra - la peràta - Controfatture
Le evocazioni del diavolo, effettuate nella maggior parte dei casi per chiedere un aiuto in denari, oppure per preparare le fatture e i sortilegi di morte - ai quali ricorreva chi mirava a ottenere l'annientamento totale del rivale in amore o di un nemico personale -, fanno parte della magia nera, perché si fa ricorso all'intervento delle forze del male. Queste operazioni magiche, che mettono in moto le forze negative, venivano realizzate nei giorni di luna calante e utilizzavano oggetti come la candela nera (usata solo quando si invocava l'aiuto delle potenze delle tenebre) e un crocefisso capovolto, e si recitavano le preghiere all'inverso. Non è dato sapere quanto fosse diffusa la magia nera in seno alla comunità irpina. Si trattava di pratiche coperte dalla più assoluta segretezza, sia per evitare violente ritorsioni, sia per scongiurare controfatture ancora più violente. E inoltre, se ne sarebbe invalidata l'efficacia. Ma dalla quantità di documentazione rilevata, sia di tentativi di evocare il Maligno, sia di pratiche di fatture, sia di operazioni di controfatture, è da supporre che la magia nera nella nostra provincia fosse comunque abbastanza praticata.
1. Evocazioni demoniache
Non di rado la disperazione induceva pure i buoni cristiani a evocare il mondo infernale. L'evocazione del demonio era praticata soprattutto per tre scopi: per conoscere gli eventi futuri o per farsi rivelare il luogo in cui era sepolto un tesoro o per scoprire l'identità dei ladri che avevano commesso un furto. Il più delle volte lo si faceva quando mancavano le prime necessità del vivere. Si credeva che il diavolo elargisse denari oppure fosse il custode di tesori sepolti. Bastava ingraziarselo per venirne in possesso. Ecco, nelle parole di due informatori di Senerchia ( De Vita e Papa ), la vicenda davvero accaduta a tre amici che tentarono di evocare il Nemico di Dio:
“Tre persone, Giovanni Costantino e Nicola, la sera del ventotto settembre, vigilia di San Michele, vollero evocare il diavolo perché indicasse loro dove fosse sotterrato un tesoro. Con una gallina nera e con un libro, anch'esso nero, si portarono presso un trivio che si trovava fuori dall'abitato in cima a un colle. A mezzanotte tracciarono sul terreno un cerchio e si posero all'interno di esso. Il primo compare strozzò la gallina, badando a che non levasse nessuno strepito, mentre il secondo apriva il libro e leggeva una preghiera all'inverso. Al termine tutt'e tre videro formarsi una nuvola chiara che dalle montagne opposte di Valva veniva verso di loro e, man mano che si avvicinava, si faceva sempre più luminosa, fino a che all'interno di essa intravedero la testa di un cane con la bocca spalancata. Colti dal terrore, i due compari non riuscirono neppure a urlare, mentre il terzo, Nicola, gridò: - San Michele mio, i' crai te voglio veré !
E allora di colpo la nuvola, che era arrivata a due passi da loro, prese fuoco, diventò una lunga trave e in breve scomparve oltre le cime delle montagne opposte. Poi, di nuovo il buio profondo della notte.”
Nella vicenda, accaduta oltre cinquant'anni fa in una contrada rurale di Mirabella (inf. De Simone ), è parimenti coinvolto il diavolo, ma non concerne la richiesta di denari, bensì il sacrificio di un'anima innocente, per salvarne un'altra:
“Un giovane, chiamiamolo Michele, tornava una notte da Taurasi. Era tardi e andava veloce sulla bici anche in discesa. Giunto nella curva prima del ponte, sbandò e precipitò nel fosso, morendo sul colpo. Nello stesso momento, una vicina di casa, di nome Rosina, partoriva un maschietto, dopo cinque femmine. Tempo dopo Michele andò in sogno alla madre.
- Mamma - le disse -, io non trovo pace se non mi porti un'anima innocente.
La madre si rivolse a Rosina: - Tu tieni questa creatura di Dio, la portiamo dove morì mio figlio? Solo così quel poveretto si può salvare.
Tommasina la vide disperata e accettò. Non sospettò che poteva esserci un pericolo per la sua creatura. Quella notte stessa avvolse il piccolo in uno scialle e, accompagnata dalla vicina, si portò nei pressi del ponte. Come scoccò la mezzanotte, dal fosso salì una vampa di fuoco, mentre il piccolo scoppiava a piangere. E piangeva così disperato che in breve diventò livido e spirò. Dice che là c'era il diavolo. E fu così che Michele salvò la sua anima. Ma quella povera creatura, cuore di mamma, fu dannata per sempre.”
2. La lehatùra , (il legamento)
Le fatture erano dei sortilegi tesi a legare una persona, a impedirne o a controllarne l'azione. Le persone colpite da queste fatture erano legate, impedite, sicché per liberarsene dovevano cercare una fattucchiera. Si diceva, infatti, assògli na fattura , sciogliere un legame magico. Le fatture di legamento non erano praticate soltanto da innamorati. C'era chi vi ricorreva o per annullare la volontà di un nemico o per assoggettarlo alla propria volontà. Per la fattura che segue ci si serviva di una polvere ricavata da un osso di una qualunque persona defunta, mescolata alla polvere d'osso di un sacerdote morto. La polvere si lasciava posare per tre giorni. Poi veniva gettata addosso alla vittima che si desiderava legare a sé, recitando la formula propiziatoria, rilevata a Bagnoli ( Grieco ):
T'attacc'a mme e te torn'attaccà,
t'attacc' a la vuluntà mia
e r' te fazzu quedde ca vogliu iu! |
Ti lego e torno a legarti,
ti lego alla volontà mia
e di te faccio ciò che voglio io! |
“Il male più grave si ha quando… interviene il senso di dominazione di una oscura forza fascinatrice, che lascia la presenza individuale senza margine di autonomia” (De Martino, Sud e magia , p. 27).
Per costringere un altro ad assecondarti, annullando la sua volontà, devi eseguire queste operazioni: anzitutto raccogli l'erba valeriana alle tre di notte per tre notti di seguito, quando la luna è in fase calante, poi avvolgi l'erba in una pezzuola nera di lana e seppelliscila sotto un mucchio di sterco di gallina, lasciandola stare per tre mesi. E recita ogni giorno tre volte la formula:
Man'a mmanu ca la luna cala,
puru tu vieni menu.
Cu la valeriana ogni pensieru
iu te levu! |
Man mano che la luna cala,
pure tu vieni meno.
Con la valeriana ogni pensiero
io ti levo !
|
Il facitore del male è convinto che tramite questo sortilegio possa diventare del tutto padrone della vita dell'altro. Si osservi quante volte è ripetuto il numero tre nell'operazione magica: alle tre di notte, per tre notti, per tre mesi, tre volte al giorno. La pratica è stata rilevata a Nusco (inf. Carbonara ).
3. La peràta (la pedata) e altre forme di fatture di morte
Il movente dell'azione criminosa, che porta al ricorso alle fatture di morte, può essere di varia natura, ma sono soprattutto l'amore e l'odio i sentimenti che inducono a tendere l'insidia mortale. In campo sentimentale si registrano le passioni più violente. Può anche darsi il caso di due ragazze innamorate dello stesso giovane. In amore tutto è lecito, e allora si ricorre alle fatture di morte per eliminare la rivale o l'amato. Frequente era il ricorso alla fattura di morte adoperando la terra o la creta calpestata dalla persona da colpire: o si utilizzava la sola terra dell'orma, chiamata peràta , o se ne formava un fantoccio a immagine del disgraziato. A mano a mano che la terra del fantoccio si essiccava, così pure si esaurivano le energie vitali della persona affatturata. Questo tipo di fattura è il più curdele e nel contempo il più praticato . Ho raccolte a riguardo varie informazioni in Alta Irpinia (Bagnoli, Torella, Lioni, Nusco, Cassano, ecc.). Ecco la diretta testimonianza di una fonte anonima, una contadina analfabeta di Torella:
“Si ì' te voglio fa' murì a tte e saccio fa' quero ca facéveno prima… allora tu camminavi nnanti e i' co la cucchiara me pigliavo, addo' mettivi lu peru tu, la terra accossì. Faceva lu furnu, ro ffuoco, che era era, te faceva patì n'annu, rui, quantu me futtéva la capo te faceva patì… Allora roppo pigliato quera cazzo re terra e la menavo int'a lu furno accussì. Ardéva la terra e tu morivi.
Se io voglio procurarti la morte e conosco la procedura del maleficio che un tempo si praticava, allora seguo i tuoi passi, a tua insaputa, e con un cucchiaio raccolgo la terra su cui tu hai posato il piede ( la peràta ). Poi accendo il forno o il fuoco nel camino, dovunque sia, (e metto la terra a essiccare vicino al fuoco) e ti faccio patire per un anno, due, quattro, per quanto mi gira in testa di farti soffrire. Alla fine prendo quella cazzo di terra e la getto del tutto nel forno acceso. In questo modo la terra brucia e tu muori!”
La terra, precisa l'informatrice, si essicca in quaranta giorni e, intanto, ogni giorno bisogna dire: “ Terra secca la vita séccali! ( Terra secca, la vita seccagli!). La fattura, attraverso un'operazione di magia imitativa avrebbe dovuto provocare prima il deperimento fisico e poi, immancabilmente, la morte. “ La persona colpita, afferma la fonte, si contorce come la coda spezzata di una lucertola, e si consuma come una pezzo di cotica sulla brace” . Una forza sconosciuta scatena il male, sicché l'organismo a poco a poco si consuma, senza che se ne conosca l'entità delle forze distruttive. Sempre a Torella un'altra testimone ( Meola ) riferisce che la fattura di morte viene praticata ricorrendo alla pedata : si ricalcano le piste della persona che si vuole colpire e si preleva un sottile strato di terra dalle orme, mettendolo poi a seccare, fino a quando non si riduce in polvere. Si pronunzia quindi la formula magica:
En, On, In, En, In, On,
sta femmina me l'hai ra fà morì! (devi farmi morire questa donna!)
I tre monosillabi sono le parole che colpiscono il nemico. La notte, poi, si stende la polvere sullo scalino di casa del rivale, che uscendo e aprendo la porta calpesta la polvere, carica di malefici, della sua stessa orma. E la morte non tarda a sopraggiungere.
A Volturara ( Lomazzo ), la terra, su cui la persona da colpire aveva lasciata l'impronta del piede, veniva prosciugata in una padella alle fiamme del camino e sbriciolata. A Bagnoli ( Ciletti ) si raccoglieva con una paletta la terra su cui la vittima aveva impresso la sua orma. S i formava con essa un pupazzo imbottito con chicchi di granturco e grani di incenso, con cui si praticavano sortilegi basati sul principio della magia imitativa. Dopo averla infilzata con una forcina, si appendeva la pupa di terra alla catena del camino o nella cappa, e si accendeva il fuoco, nella convinzione che il nemico si consumasse man mano che la pupa si disseccava. Se non si voleva la sua morte, dopo avergli provocato un male per giorni, prima che la terra seccasse, la si bagnava con l'acqua e il maleficio veniva interrotto.
La fattura della pedata era praticata anche contro chi penetrava nel fondo di proprietà altrui, a scopo di furto (galline dal pollaio, frutti dall'orto, viveri dalla dispensa) o per arrecare danno alle culture nei campi (cfr. Pognon , p. 148). In tal caso il derubato prelevava l'impronta del ladro e la portava da un fattucchiere. E il fattucchiere, attraverso l'analisi dell'impronta, non solo risaliva all'autore del furto, ma gli praticava un maleficio potente, che poteva procurargli anche la morte. Per questo, rivela una fonte di Mirabella ( Di Fronzo ), i mariuoli più astuti entravano nella proprietà altrui camminando ginocchioni, per non lasciare l'impronta dei loro piedi. La pratica di magia nera era nota anche a Montecalvo ( Siciliano ): “Esempio emblematico è quello della pitàgna , calco dell'orma d'un ladro, fatto con la corteccia fresca di noce da parte del derubato, che, con un opportuno rituale di morte operato dal mago, serviva per provocare in breve tempo il decesso del malfattore.”
Altri ingredienti (Nusco, Carbonara ) per preparare una fattura sono l'urina e gli escrementi (Quando in casa non c'erano i servizi igienici, i bisogni si facevano sotto un ponte, nell'orto, nei campi, e quindi era agevole seguire la persona da colpire e prelevare qualche goccia di urina o un pizzico di sterco).
La pratica della fattura di morte, oltre a essere riconducibile al campo dell'amore, aveva origine soprattutto da un forte sentimento di odio e di rancore. Chi ne veniva colpito, il più delle volte non sapeva neppure chi era l'autore che in maniera così efferata tramava la sua morte. Come è il caso di un giovane della valle del Fredane. Questa la testimonianza di una fonte di Mirabella ( De Simone ):
“Una volta un giovane, colto da un raptus, con un coltello ferì cinque o sei persone all'interno della chiesa, mentre assistevano a una funzione sacra. L'assassino fu trascinato in prigione e condannato all'ergastolo. Ma la madre, convinta che il figlio fosse stato vittima di una fattura, si rivolse a un masciàro . E il fattucchiere le disse:
- Tuo figlio è stregato da un maleficio. C'è uno che gli vuole molto male. E' lui che gli ha fatto la fattura. Scendi nella tua cantina, fruga in tutti gli angoli e troverai una testa di morto. Prendila, va' al cimitero a mezzanotte e seppelliscila in quella terra santa. Solo così tuo figlio potrà liberarsi dall'incantesimo.
La donna tornò a casa e davvero trovò in cantina un teschio nascosto in un buco della parete. Lo prese e, una volta che l'ebbe sepolto nel camposanto, il figlio ritornò in sé.
- Mamma - diceva -, che ci faccio qui, all'estero. Voglio tornare a casa. - Povero figlio, non si era neppure accorto di aver trascorso tutto quel tempo in una prigione.”
Ma la fattura di morte più potente era ritenuta quella che si preparava aspettando il decesso di un familiare: accanto al morto, nella bara, si poneva una cordicella o una fettuccia di stoffa nera su cui si praticavano nove nodi; nel giro di nove settimane il nemico di famiglia, destinatario della fattura, sarebbe morto. Il maleficio conta soprattutto sui nove nodi, che hanno il potere di ripetere all'inverso i nove mesi della vita fetale della vittima, ma interrompendone lo spirito vitale.
4. Controfatture
Questa che segue più che una fattura di passione, pare una controfattura : la moglie trascurata, per riacquistare l'affetto del marito, preparava un nastro di cotone nero, lo annodava con uno o più capelli suoi e quando andavano insieme per sentire messa, glielo ficcava in tasca nell'atto in cui il sacerdote levava il braccio a benedire. L'informatrice di Nusco ( M. Natale ) aggiunge che si recitava una formula che non ricorda. Il colore nero del nastro fa supporre che la pratica rituale, riferita in maniera lacunosa, fosse un rito di magia nera, teso ad auspicare la morte della rivale.
Anche quest'altra è una formula, dice la testimone, tesa a scongiurare una fattura di morte. Il giovanotto colpito presenta i segni di un indebolimento, un pallore diffuso sul volto, e soffre d'insonnia..
Spesso a gettare il malocchio sul ragazzo è una fanciulla sconosciuta che si è invaghita di lui e non vuole che altre ragazze possano goderne; oppure si tratta di una donna matura che ha invidiato la sua bellezza e il fiore della sua età. Allora per esorcizzare il maleficio la fattucchiera ( Avellino Ercolino ) recita una formula incantatoria :
Aglio, fravàglia,
fattura ca nun quaglia:
chi vo' male a sta vrachètta
ha dda fa' ‘a fine r''o capretto…
scio', scio', ciucciué! |
Aglio , fravàglia
fattura che non attacca:
chi vuole male a questa brachetta
farà la fine del capretto…
sciò, sciò, civetta! |
L'aglio e la fravàglia (misto di pesci minuti) rappresentano gli oggetti di difesa, contro cui cozza la violenza della fattura. Poi segue l'imprecazione: chi ha attentato a ciò che ha di più caro un giovane, gli organi genitali, possa morire sgozzato come un capretto. E infine, l'allontanamento del maleficio che viene identificato nella civetta maleaugurante. Scoperto l'inganno, al facitore del male non resta che ritirarsi.
***********************************
 |
Irpinia magica:Il percorso della vita dell'Irpino:
dal concepimento alla morte attraverso le pratiche di magia |
Indice
I. Il tempo dell'attesa
1. Il concepimento
2. La gravidanza
3. La voglia
4. Pratiche per conoscere il sesso del nascituro
II. La sterilità e l'aborto
1. Pratiche della fecondazione
2. Pratiche abortive
III. Il parto
IV. L'allattamento
V. Il battesimo
VI. L'infanzia
1. Svezzamento
2. Dentizione
3. I primi passi
4. Il primo taglio delle unghie
5. Filastrocche infantili
VII. Malattie infantili
VIII. La fanciullezza
1. Le filastroche propiziatorie nei giochi
2. I giochi delle femminucce
3. I giochi del maschietti
4. I giochi comuni
IX. I giochi con gli animali dalle virtù magiche
X. Il lavoro dei minori e la scuola
XI. L'adolescenza
XII. La giovinezza
1. Il servizio militare
2. La vita prematrimoniale
3. I giochi rituali nelle feste da ballo
XIII. La fascinazione e l'amore
1. Riti propiziatori
2. Riti divinatori
3. Sortilegi d'amore
XIV. Rituali di fidanzamento
1. Il tappo del barile
2. Il ceppo nella gattaiola
3. Il mandarino - La rosa
4. I capelli - Le mezzane
5. La serenata all'innamorata
6. Il nodo alla ginestra
XV. I pregiudizi nella scelta della fidanzata
XIII. La fascinazione e l'amore
Riti propiziatori - Riti divinatori - Sortilegi d'amore
1. Riti propiziatori
Mentre i maschi erano più sfacciati ( Lu màsculo è cacciatore , si diceva), la ragazza doveva mostrarsi più riservata. E allora vuoi per questa riservatezza della donna che non doveva apertamente rivelare i suoi sentimenti, vuoi per la competitività che si apriva tra le fanciulle attratte da uno stesso ragazzo, vuoi per il tentativo di addomesticare l'innamorato che spesso era succube della suocera, insomma per questi e per altri motivi, la fascinazione era assai diffusa nella vita amorosa. E a praticarla erano soprattutto le ragazze che temevano fortemente di restare nubili. Perché una ragazza che superava i venti anni, era già stagionata e entrava nel numero delle zitelle acide ( vecchia zita ); era detta specàta , cioè sfiorita. Commenta una fonte di Bagnoli ( Vivolo ):
“Si nun truvàvene nu maritu, che vita faciévene! Nu uaglionu, puru ra sulu, cu re fforze sua nu vucconu se lu uaragnàva, ma dde ppovere uagliotte, na vota nfussati patr'e matre, che sciorta r'aspettava! Po' se mettiévene puru re ngiurie!
Se non trovavano marito, che vita le aspettava! Il maschio con le sue braccia, anche da solo, un boccone di pane se lo guadagnava, ma quelle poverette, una volta seppelliti i genitori, restavano in balia della sorte e delle malelingue.”
Invece, il maschio al di sotto dei trent'anni era scàpulu (cioè celibe, ma ancora appetibile e abbordabile), oltre i trenta, scapulonu (cioè, uno che ha rinunziato ad accasarsi). Per trovare marito, l'adolescente nubile ricorreva dunque a ogni espediente: a Natale, c'era chi mangiava di nascosto tre aringhe prima della messa di mezzanotte. Ad Avellino ( Preziosi ), il primo giorno dell'anno, invece, badavano a che mettesse piede in casa loro per prima un giovane celibe; il gesto rituale era considerato propiziatorio del loro matrimonio. Ossessionate dalla preoccupazione di restare zitelle, le ragazze si appendevano a ogni speranza. Al ricorso al mondo magico le nubili aggiungevano le suppliche ai Santi protettori e i pellegrinaggi alla Madonna di Montevergine. Diceva un canto di pellegrianggio:
 |
Viat'a cchi ngi vai re nnove vote,
a re ddieci lu maritu ngi la porta. |
Beata chi vi si reca nove volte,
alla decima è il marito che ce la porta. |
Numerose testimonianze attestano il rito propiziatorio praticato dalla giovinette che si recavano in pellegrinaggio da Mamma Schiavona. Lungo la salita del Montagnone intrecciavano un nodo con le punte delle ginestre che, essendo piante sempreverdi, erano ritenute propizie alla nascita di un amore duraturo. Annodando le cime delle ginestre le giovinette recitavano anche la filastrocca:
Questa vota so' bbenùta sola,
l'annu chi bbene cu nu bellu uaglionu! |
Questa volta sono venuta sola,
l'anno prossimo con un bel guaglione. |
Numerosi i Santi, alla cui protezione si affidavano le fanciulle in cerca di marito: San Pasquale (17 maggio) in primis, San Vito (15 giugno), Sant'Antonio (13 giugno), Sant'Agata (5 febbraio)…, a seconda dei luoghi. Assai comune era una preghiera propiziatoria rivolta ogni sera a San Pasquale, (Bagnoli, Vivolo ):
 |
San Pasquale Bailònne,
ca prutieggi tutte re ddonne,
mànname nu marìtu
bellu, fort' e ssapurìtu
umm'a tte, tal'e qualu,
o santissimu Pascalu. |
S. Pasquale di Baylonne,
che proteggi tutte le donne,
mandami un marito
bello forte e saporito,
ccome te, tale e quale,
o santissimo Pasquale. |
Tra i rituali femminili vanno annoverati anche i riti propiziatori della fecondità. Tempo prima della funzione matrimoniale molte zite, per favorire la propria fertilità, si recavano in pellegrinaggio, di solito a piedi e scalze, o a un Santuario Mariano, come a Montevergine, o in una qualunque chiesa dedicata a Sant'Anna.
2. Riti divinatori
Se una ragazza voleva conoscere in anticipo chi sarebbe stato il suo primo fidanzato, per nove notti di seguito, col cielo stellato, usciva sul balcone, levava gli occhi in alto e contava nove stelle. Ogni sera nove stelle diverse. L'ultima notte, alla ragazza sarebbe apparso in sogno il volto del giovane destinato a diventare il compagno della sua vita. O almeno avrebbe conosciuto il suo nome. A Nusco (inf. Carbonara ) è stato raccolto un canto che ricorda questo antico rito magico:
Mmiezz'a lu cielu novu stellu,
iu ru contu a una a una:
una mi rici la furtuna, n'ata a chi m'aggia spusà…
|
In mezzo al cielo nove stelle,
io le conto a una a una:
una mi rivela la fortuna,
un'altra chi dovrò sposare…
|
Finalizzato allo stesso scopo il rito divinatorio cu la fede e tre cunfietti , con la fede nuziale e con tre confetti (rappresentano il matrimonio con la simbologia della fertilità): la ragazza passava da una parte all'altra dell'anello i tre confetti, e poi riponeva il tutto sotto il suo cuscino, tenendolo per tre notti. La tradizione voleva che durante la terza notte la ragazza avrebbe avuto in sogno la visione del giovane destinato a essere il suo sposo (Aquilonia, Tartaglia ).
Invece, le tecniche divinatorie tendenti a svelare la lealtà dell'amato, utilizzavano come strumento magico un' erba comunemente detta amorina (la coronilla scarpionides ). Le adolescenti ricorrevano a questa pratica magica: coglievano un ciuffo di reseda odorata, ritenuta in possesso di virtù magiche , lo mettevano in bocca e, mentre masticavano, dicevano (Lioni, D'Amelio ):
Ereva d'amore,
te mòzzeco e t'assaporo:
si bbene me vòle,
me fai na rosa,
se no me fai na mpresa. |
Erba d'amore,
ti mastico e ti assaporo:
se bene mi vuole,
mi provochi una rossore,
sennò mi lasci una piaga. |
Poi applicava l'erba sul braccio sinistro, perché è il braccio del cuore. Se dopo qualche tempo la pelle si irritava mostrando un rossore o delle piaghette, la giovane arguiva che il suo amore era corrisposto. A Summonte ( Inf. Rossi ) , invece , la fanciulla metteva alla prova il fidanzato, costringendolo a masticare un'erba pelosa ( murillo ), che cresce negli intersizi dei muri a secco. L'erba parietaria, masticata a lungo, produce un sugo (‘ o bbeléno ): se il giovanotto era innamorato, gli spuntava sul labbro una macchia color rosa, altrimenti gli provocava una piaga:
Muro, murillo,
scoppa santillo:
si mme vo' bbene,
falli na rosa,
si me vo' mmale,
falli na piaga. |
Muro, murillo,
dammi la prova santa:
se mi vuole bene,
accendigli una rosa;
se mi vuole male,
infliggigli una piaga. |
Un testimone di Montecalvo ( Siciliano ) riferisce il medesimo rituale divinatorio e una simile formula magica, con una sola variante: la ragazza masticava l'erba e, dopo averla resa una poltiglia, la applicava sul suo braccio. Questo tipo di pratica divinatoria era assai diffusa in Irpinia. Ne accenna anche il D'Amato , che ne rilevò quattro varianti: a Morra, a Grottolella (Nuovo contrib, p. 3); a Carife e a Lioni (Folk, p. 4); vedi, infine, Galiani , p. 207. Il vaticinio d'amore tramite l'erba è attestato anche nell'antichità (Teocrito, idillio III, 28-30).
Un altro rito, teso a conoscere in anticipo la fortuna del matrimonio, si avvaleva, come oggetto magico, di un carciofo ( carciòffela ): la ragazza immergeva in un recipiente con l'acqua un carciofo e lo esponeva al sereno per una intera notte (le notti magiche erano: la notte di San Giovanni, la notte dell'Epifania e la notte di Capodanno). Se alla mattina il carciofo si mostrava con le foglie aperte, se ne ricavava l'auspicio di un buon matrimonio.
Basata sullo stesso principio quest'altra pratica raccolta con varianti insignificanti a Torella ( Antoniello ) e ad Aquolonia ( Tartaglia ) e diffusa anche nel Vallo di Lauro. La fanciulla poneva sotto il suo guanciale, dopo averle avvolte in un pezzo di stoffa, tre fave (tutti sanno che la fava è simbolo degli organi genitali maschili): una senza sbucciare, una sbucciata a metà, l'altra tutta sbucciata. Al risveglio, svolgeva la stoffa a occhi chiusi e pescava una delle tre fave: se le capitava la fava fornita di buccia, le era destinato un marito ben fornito di soldi; se la fava mezza spellata, un marito né ricco né povero; la fava completamanete spogliata garantiva un matrimonio con un marito completamente povero.
Nel giorno di San Giovanni la fanciulla in età da marito gettava nell'acqua un chicco d'orzo, dopo averlo sbucciato a metà: se rimaneva a galla, presto avrebbe trovato marito; se affondava, per quell'anno non avrebbe ancora trovato l'uomo del suo destino (Pago del Vallo di Lauro, ??? , chiedere a Daniele).
Soprattutto le fanciulle, che erano più sognatrici, cercavano di conoscere il destino che le attendeva, ricorrendo all'acquisto del biglietto della fortuna (cinque soldi costava prima della guerra, cinque lire nell'immediato dopoguerra). Era un piccolo foglietto, su cui era scritto l'oroscopo, che un venditore, lu nduvinafurtuna , vendeva andando in giro tra la folla degli avventori e dei curiosi che popolavano i mercati settimanali e le fiere annuali. Egli lanciava il suo richiamo: - Accattàtevela, si vulìte sapé la furtuna ! - portando appesa al collo una gabbietta che conteneva un papagallo ammaestrato, dalle piume variopinte. Quando apriva la gabbietta e un cassettino situato sul davanti, il pappagallo allungava il collo e col becco pescava uno tra le centinaia di foglietti, ognuno di un colore diverso, e lo porgeva al cliente. L'oroscopo, la furtuna , era sempre generoso: dispensava salute e benessere a tutti; alle ragazze prediceva un matrimonio ricco e felice. Sempre.
3. Sortilegi d'amore
Nelle questioni di cuore frequente era il ricorso alle arti magiche, sia da parte del ragazzo sia da parte della fanciulla. Queste fatture per lo più venivano gettate in strada, in corrispondenza di un crocevia, e colpivano il primo che passava. Per questo motivo - la fonte è di Mirabella ( Di Fronzo )-, quando una ragazza usciva di sera (l'ora notturna era ritenutta propizia ai sortilegi) o per recarsi a una festa o per fare visita a un parente, la accompagnava la mamma. E la mamma camminava precedendola di alcuni passi sicché, se avevano gettato una fattura, colpiva lei e non la figliola. Così una madre proteggeva la sua figliola. In genere, continua la fonte, l'attore del maleficio poneva al centro di un incrocio una pignatta in cui aveva orinato dentro. E chi vi inciampava veniva colpito dalla fattura. Anche nei canti popolari c'è traccia del ricorso alla fattura d'amore. Quando un ragazzo perdeva la testa per una fanciulla, era stato perché vittima di un maleficio. A crederlo era soprattutto la madre che non gradiva la scelta del figlio (Bagnoli, Guacci ):
Màmmeta m'è chiamata fattucchiàra, Tua madre mi ha chiamata fattucchiera,
rici ca t'aggiu fattu la fattura. dice che io ti ho fatto la fattura.
Iu fatture nun ne sacciu fa-ne: Fatture io non ne so fare:
nun n'aggiu fattu a l'ati a manc'a tte! non ne ho fatte ad altri e neanche a te.
A questo espediente ricorreva soprattutto l'amante di sesso femminile, che si affidava alla strategia degli incantesimi e delle pratiche divinatorie. La saliva, una ciocca di capelli, le unghie erano alcuni degli ingredienti con cui esse stesse confezionavano il sortilegio per legare a sé la persona amata. Alla base della credenza c'è la relazione di contagio che si riteneva esistesse tra la persona e ciò che è stata una parte del suo corpo, per cui bastava danneggiare una di queste parti per danneggiare tutta la persona.
L'ingrediente più efficace era ritenuto il sangue del mestruo. Il vescovo Anzani in una sua visita pastorale in terra di Lucania aveva a notare: “La donna dà il suo mestruo dentro la pizza, biscotti o vino dell'uomo, acciò che l'ami” (De Rosa, p. 65). Era buono anche un indumento intimo impregnato di sudore. Per la preparazione dei filtri d'amore era richiesta per lo più materia organica: era necessario che l'uomo adoperasse il suo sperma e la donna il sangue del suo mestruo. Lo sperma era indispensabile per far innamorare la donna dell'uomo, il sangue mestruale per far innamorare l'uomo della donna. Ecco alcune delle fatture d'amore e dei rituali di magia nera comunemente praticati in Irpinia.
Per preparare un'efficace fattura, che mira al legamento magico, la persona innamorata doveva portare al fattucchiere tre gocce di sangue cavate dal suo dito mignolo della mano sinistra. Il fattucchiere versava le tre gocce sulla polvere, ottenuta da un osso umano, e ne faceva una poltiglia. L'innamorato, poi, la gettava addosso alla persona amata, dicendo tre volte:
Povela r' cristianu,
a la fonte r' Cristu battiàta…
riàvulu, iesci ra lu nfiernu,
quiddu semp'appriessu m'adda menì!
|
Polvere di cristiano,
alla fonte di Cristo battezzato…
diavolo, vieni fuori dall'inferno,
che lui sempre appresso mi venga!
|
L'informatore di Bagnoli ( Grieco ) dice di non ricordare per intero la formula magica che evocava il diavolo. E aggiunge che al posto di quiddu si doveva dire il nome del ragazzo di cui si era innamorata. Il rituale del legamento magico si ritrova anche nella tradizione cantata, in un popolare canto di dispetto raccolto a Guardia dei Lombardi ( Inf. De Simone) , dove un innamorato minaccia di affatturare l'amata che non vuole accettare la sua corte:
Si nun te mitti a ffa' l'amore cu mme,
iu te la fazzu na bbona legatura:
te fazzu scirrutà ngimm'a nu truonu,
te fazzu purtà da n'Uorcu a lu Tunzonu
Quantu pigliu tre àcene d' sale,
tre stràcchiele di nu crucivia,
n'uossu d' muortu, na chiocca d' capilli
e l'acqua d' tre puzzi abbelenàta.
|
Se non vuoi fare l'amore con me,
io ti faccio un solido legamento:
ti faccio rotolare sopra a un tuono,
e portare da un Orco giù al Tunzone.
Basta che io prenda tre grani di sale,
tre ciottoli da un crocevia,
un osso di morto, una ciocca di capelli
e l'acqua avvelenata di tre pozzi!
|
Il Tunzone era un molino che sorgeva sulla riva del Fredane; la credenza popolare lo riteneva popolato da presenze demoniache. Il canto ci rivela che per confezionare una fattura di legamento, oltre alla polvere di osso umano, si faceva uso anche di vari altri ingredienti: tre grani di sale, tre ciottoli divelti da un incrocio, l'osso di un morto, una ciocca di capelli della ragazza da colpire, il tutto immerso nell'acqua putrida attinta da tre pozzi diversi.
Alle fatture e ai sortilegi ricorreva talora anche il maschio. L'innamorato di Aiello del Sabato (inf. Capobianco ).non corrisposto, perché l'amata prendesse anche lei una passione per lui, preparava un sortilegio simile a quello rilevato a Guardia: metteva tre grani di sale, tre ciottoli divelti da un crocevia e una ciocca di capelli della ragazza, ritenuti tra i migliori oggetti di trasferimento, in un bacile colmo d'acqua. L'acqua, questa volta potabile, doveva raccoglierla ugualmente da tre pozzi diversi. Dopo tre giorni doveva dare a bere tre sorsi di quell'acqua alla ragazza che egli voleva per moglie.
I tempi dell'operazione, così come gli ingredienti per la composizione di una fattura d'amore, variavano da area a area. Più comunemente il filtro d'amore veniva preparato la sera precedente l'inizio della luna piena. Quanto agli ingredienti, in genere si utilizzavano pezzi dei vestiti, un bottone o degli indumento intimi, appartenuti alla vittima… ma anche alcune parti decidue del corpo dell'amato, come ciocche di capelli, peli delle ascelle. I capelli costituivano l'ingrediente più ricercato per la preparazione dei filtri d'amore, come delle fatture di morte. Per questo le ragazze gettavano nel fuoco del camino i capelli caduti nel pettinarsi, proprio per impedire che qualche male intenzionato se ne impossessasse e preparasse una fattura contro di loro. Se una donna, in genere si trattava di ragazze in età da marito, non si sentiva bene e sospettava di avere addosso il malocchio, la sera, prima di mettersi sotto le lenzuola, ricorreva a questa difesa apotropaica: rovesciava tutti i suoi indumenti intimi e così li indossava per tre giorni di seguito.
Si riportano qui di seguito altre due complesse operazioni rituali, che sono state registrate in aree lontane tra loro (Rocca San Felice e S. Andrea di Conza), finalizzate a colpire il cuore della persona amata: A Rocca ricorreva a questo sortilegio una fanciulla abbandonata dal suo amato. Prendeva una fettuccia di stoffa e vi faceva sette nodi per ciascuno dei quali esprimeva un desiderio. Per il maleficio dell'annodamento si adoperava anche o uno spago, o un laccio della scarpa, o un ramo di salice, e finanche un filo d'erba. Sin dal Medioevo vigeva la credenza che si poteva impedire la consumazione di un matrimonio, facendo uno o più nodi a un nastro o a una corda: una fanciulla cerca di attirare l'amato Dafni con incantesimi, stringendo tre nodi su ognuno dei tre spaghi di diverso colore ( Necte tribus nodis ternos… colores , Virgilio, Bucoliche, v. 77).
Compiuto il rito dell'annodamento, andava in chiesa e sistemava la fettuccia sotto la tovaglia dell'altare, sicché, quando il sacerdote consacrava l'ostia, si credeva che benedicesse anche la striscia di stoffa e i desideri espressi dalla ragazza e ad essa legati. Il ragazzo così tornava da lei, ma era ammaliato, legato a lei per forza. Il suo non era vero amore (inf. D'Amore ).
P er conquistare la persona amata la donna innamorata faceva uso del sangue delle sue mestruazioni e cercava di somministrarlo all'amato, in dosi dispari, preferibilmente nella giornata di un sabato, che era il giorno più propizio alla riuscita del sortilegio. Mentre l'uomo beveva il filtro destinato a suscitare una violenta passione, lei diceva tre volte (riferiscono la formula numerose fonti):
Sangu r' sta natura,
attaccati a issu fì' cchi vita dura! |
Sangue della mia natura,
legati a lui finché vita dura. |
In questo modo la ragazza riduceva in suo potere la volontà dell'amato. E l'avrebbe tenuto legato a sé fino al sopraggiungere della menopausa. Ma questo segnava la fine della persona affatturata : come interveniva nella donna la fine della fertilità, così lui veniva colto dall morte (S. Andrea di Conza, inf. Russoniello ).
XX. La settimana della zita
La prima notte - L'esposizione del lenzuolo - La settimana della zita
1. La prima notte
E arrivava finalmente la notte in cui per la prima volta i due innamorati potevano stare insieme. Il momento era delicato, vulnerabile al malocchio e alle fatture. Per l'esito positivo delle prima notte di nozze, le madri degli sposi mettevano in atto i rituali magici che propiziavano la fecondità dell'una e la potenza sessuale dell'altro. Va precisato che queste operazioni le fonti le hanno sentito raccontare e che il loro abbandono è accaduto in tempi diversi a seconda delle comunità. Ponevano sotto il cuscino di lei sei acini di grano e tre pizzicchi di sale; e disponevano sotto il letto matrimoniale, in corripondenza del posto occupato dal maschio, uno o più oggetti apotropaici, abilitati a tenere lontano gli influssi malefici: una falce messoria con la punta volta verso l'alto, un paio di forbici aperte, un fuso propiziatorio, un setaccio. O altro oggetto appuntito, a cui si attribuiva la proprietà di squarciare il flusso maligno degli invidiosi. Presso diverse comunità (in Alta Irpinia se ne conserva ancora memoria) si mettava sotto il letto un vomere, che ha la duplice funzione di oggetto apotropaico e di simboli di fertilità legato al grano; oppure, al posto del vomere, si poneva la zappa, simbolo sessuale maschile, che penetra nella terra, simbolo sessuale femminile. Allo zito veniva anche offerto del cibo afrodisiaco, come i testicoli trifolati di un toro, mentre alla zita si suggeriva di indossare, la prima notte, le mutande a rovescio. Intanto fuori dall'uscio della casa degli sposi montavano la guardia alcuni dei parenti dell'uno e dell'altra per allontanare chiunque avesse potuto arrecare danno alla coppia con sortilegi e malefici.
A Calitri, quando gli sposi si ritiravano in camera, un gruppo di amici e compari dello sposo, armati di bastoni, perlustravano attentamente la strada che separava la casa della sposa da quella dello sposo. In particolare controllavano se lungo la strada fosse stata sparsa la paglia ( lu stranìsce ), che era il segno evidente di un sortilegio, ordito da qualche pretendente respinto dalla zita, tendente a rendere impotente lo sposo. Il pericolo del maleficio durava dal tramonto all'alba del giorno successivo. “Durante tale sorveglianza, i guardiani hanno a loro disposizione una stanza, la quale funge da corpo di guardia” ( Acocella , p. 98-99). Ma gli amici dello sposo vigilavano anche perché non venisse depositato sulla soglia della casa degli sposi un teschio di bue o di montone, e che non fosse appeso alla loro porta un paio di corna. Identica l'usanza di Bisaccia ( Santoli ), dove, però, la guardia durava fino all'ora magica della mezzanotte, perché passato tale termine, i sortilegi non avevano più effetto. Allora, appena nella notte scoccavano i dodici tocchi, le giovani sentinelle smontavano di guardia e cucinavano gli spaghetti e, quando erano pronti, chiamavano anche gli sposi a tavola. Un'altra forma di dispetto che comunemente veniva eseguita a Bisaccia ( Imperiale ) a danno degli sposi era la seguente: ad opera di persone invidiose o di pretendenti respinti veniva sistemato sulla soglia della casa degli sposi un grosso braciere colmo di carboni ardenti su cui ponevano dei peperoncini forti, sicché il fumo, raggiungendo la camera delle povere vittime provocava una tosse insistente e un bruciore agli occhi che impedivano loro di consumare il matrimonio.
La prima notte era vissuta come un tempo di angoscia, soprattutto per quanto di ignoto i due sposi dovevano affrontare. Ad ammaestrare la sposa ci pensava per lo più la comare d'anello che pochi attimi prima della fine del banchetto si appartava con lei, col pretesto di far indossare alla sposa un abito più adatto all'occasione ( a spuglià la zita ). In questo frangente la sposa confidava alla comare anche l'eventuale problema della verginità perduta, magari con lo stesso marito. In tal caso la comare provvedeva a procurarle del sangue di piccione che sostituiva bene il sangue imeneo.
Caricati di tale responsabilità, talora gli sposi la prima notte non consumavano il matrimonio. E l'incidente, che metteva in apprensione le due famiglie, accadeva non di rado, se si pensa anche che nella maggior parte dei casi i due erano del tutto digiuni della faccenda. E così dapprincipio la donna finiva col subire una vera e propria violenza fisica, e poi giorno dopo giorno doveva inventarsi l'arte di comportarsi a letto con il compagno di una vita. Tra i maschi, pochi i giovani che avevano affrontato l'iniziazione sessuale al tempo del servizio militare. I più avevano visto il corpo seminudo di una donna solo sui profumati calendarietti tascabili, regalati di soppiatto dai barbieri - l'usanza è durata fino alla fine degli anni Cinquanta - ai loro clienti affezionati a ogni inizio di anno nuovo. Le più ignare erano naturalmente proprio le donne. Una testimone di Nusco racconta con ingenua semplicità le emozioni della sua prima notte:
Quera sera era la prima vota ca iu e Ndoniu stiévumu suli. Cu mme spuglià mi nchiurietti ind'a lu bagnu. Mi fuccai nguoddu la cammìsa longa, mi puluzzai, m'accunzai. Iu era funutu, era pronta e pirdìa tiembu: - E mò? - addummannàv'a mme stessa. Ndoniu m'asputtava vicin'a lu liettu. Iu dda gghindu e issu ddà foru. Mendu punsava -Escu, nun escu? Ah, si mò ngi fossu mamma! -, sundietti tuzzulà. Era Ndoniu: - Lucì' che ffai? Mèna, vieni! Iésci ca nun ti succéru niendi! -. Mi riétti curaggiu e chianu chianu girai la chiavu ind'a lu purtusu ri la porta: cummu la chiavu girava ind'a lu purtusu, accussì mi girava lu coru mbiettu. Che scuornu! Quannu mi vurivu Ndoniu scuppav'a riru, e ruriétti puru iu pi quandu èrumu curiusi tutt'e ddui. Stutàmmu nziemu la cannéla, mi pigliavu mbrazzu e mi purtav'a lu liettu… po' mi ruscitai!
“Quella sera era la prima volta che io e Antonio restavamo insieme, da soli. Per svestirmi mi chiusi nel bagno. Indossai la lunga camicia da notte e mi pulii. Avevo finito, ero pronta, ma perdevo tempo. - E adesso? - mi chiedevo. Antonio mi aspettava accanto al letto. Io dentro al bagno e lui fuori! Mentre pensavo: - Esco, non esco? Ah, se ci fosse qua mamma! -, sentii bussare. Era lui: - Lucia, che fai? Su, vieni! Esci che non ti succede nulla! -. Mi feci coraggio, e lentamente ruotai la chiave nella serratura: come la chiave girava nella toppa, così mi girava il cuore in petto. Che vergogna! Appena mi vide ferma sulla soglia Antonio scoppiò in una risata, e risi pure io per come eravamo buffi tutti e due. Spegnemmo insieme la candela, di colpo lui mi sollevò in braccio e mi portò a letto… poi mi svegliai.“ (Anonima settantenne, reg. 1989)
Lo spegnimento della candela, posata sul comodino ( la culunnètta ) accanto al letto, è un antico rituale: l'operazione andava fatta contemporaneamente da entrambi gli sposi; se l'avesse compiuta da sola la moglie, il marito sarebbe deceduto di lì a poco.
2. L'esposizione del lenzuolo
La sposa doveva farsi trovare vergine, e di questo doveva dare pubblica prova. La suocera avrebbe appeso al balcone il giorno dopo il lenzuolo macchiato di sangue imeneo. Questa usanza, però, la maggior parte delle fonti riferisce di averla solo sentito dire; mentre, è rimasta fino a qualche anno addietro l'usanza di mostrare la prova dell'onore alla suocera e alla madre che la mattina dopo la prima notte andavano in camera degli sposi a ffà lu liettu (letteralmente: a rifare il letto). Appena la sposa esibiva la prova della verginità, la suocera le rivolgeva le parole rituali:
Ca si tu nun purtavi l'unoru,
qua nu' ngi restavi mancu n'at'ora…
lassa mò li pensieri tua e pìgliti li mia,
tècchete queste e curri cu la fatìa! |
Se in questa casa tu non portavi l'onore,
non saresti rimasta manco un'altra ora…
lascia ora i tuoi pensieri e piglia i miei,
prendi queste e…lesta con la fatica! |
Nel contempo le porgeva la scopa e il grembule, per rammentarle il ruolo che doveva svolgere nella nuova famiglia. L'usanza è testimoniata in Alta Irpinia (Conza, Aquilonia, Nusco, ecc.), con varianti insignificanti, seppure essa sia caduta in disuso già da qualche generazione.
Numerosi testimoni asseriscono che le sposine, che erano già state deflorate, ricorrevano a questo trucco: macchiavano il fazzoletto con sangue di piccione o di coniglio. Il lenzuolo o il fazzoletto dalla suocera veniva conservato fino al matrimonio della prima nipote, secondo le testimonianze rilevate a Avellino e a Tufo (Inf. Nigro C. ).
Lo sposo doveva dare prova di essere buonu , cioè capace di deflorare la moglie. Ne andava di mezzo l'onore di tutta la famiglia. La sera delle nozze la madre dello zito chiudeva gli sposi in camera e si portava via la chiave. La mattina successiva la madre dello sposo e la madre della sposa si incontravano per esaminare il lenzuolo che testimoniava l'avvenuta consumazione del matrimonio.
L'ultimo caso di esposizione del lenzuolo è accaduto nel 1994, poco più di dieci anni addietro in un paesino della Baronia:
“La mattina presto alcuni ragazzini vennero a bussare alla canonica: - Don Vì, curri, curri: hanno misso ‘o lenzùlo. E' russo, è russo ! (Don Vito, corri, corri: hanno esposto il lenzuolo. E' rosso, è rosso!) -. Ho dovuto intraprendere una dura battaglia per eliminare questa barbara usanza. Eppure già dal 1668 il vescovo di Benevento aveva minacciato la scomunica per chi avesse esposto il lenzuolo.” ( Don Vito ).
Nella maggior parte dei paesi il rito dell'esposizione pubblica del lenzuolo deve essere scomparso già da tre o quattro generazioni, se nessun altro informatore è stato testimone diretto. Ma in luoghi come questo l'usanza non era del tutto scomparsa. Presso altre comunità l'usanza era stata sostituita, come si accennava prima, da un rito più intimo: al posto del lenzuolo, la mattina dopo la prima notte, la zita doveva mostrare il pannolino macchiato del suo sangue alla suocera o alla prima sorella del marito, per certificare la sua illibatezza. E di questo vi sono testimonianze che risalgono anche ad anni recenti, al 1970-1980.
I testimoni hanno raccontato vari casi, capitati in ogni paese, di ragazze trovate illibate dai mariti la prima notte di matrimonio. La cronaca registra reazioni diverse da parte dei mariti: c'è stato chi ha perdonato la moglie ( s'è tenutu re ccorne , il commento crudele della collettività), chi è stato messo a tacere con una grossa somma offerta dai suoceri ( Li sordi cummògline ogni ccosa : Il denaro copre ogni misfatto), chi ha cacciato di casa la moglie rimandandola ai genitori ( L'è mannata a lu mittente )… Una fonte di Morra ( Di Pietro ) racconta uno di questi episodi e assicura che la storia, verificatasi in un luogo che non ha voluto precisare, è veramente accaduta:
“ Un povero cristo la prima notte di matrimonio ebbe la brutta sorpresa di scoprire che lungo quella strada lui non era stato il primo. Dalla mattina successiva separò i letti e mandò la moglie a dormire al piano terra, mentre lui dormiva al primo piano. E la tiranneggiava. Tra l'altro, quando aveva sete, la costringeva a portargli il vino in un ditale. Paziente la donna saliva e scendeva cento e una volta le scale, fino a che lui non le diceva che bastava. Poi cominciarono a bisticciare, e lui arrivò a metterle le mani addosso. Finì che lei se ne andò di casa e di lei non si è mai più saputo nulla, mentre il marito subito si risposò. Ma per dispetto della moglie, si portò a casa una puttana di professione.”
L'infedeltà di una donna era il reato più grave in una società maschilista. E' noto quale grande valore avesse l'onore in seno alla cultura agro-pastorale. Per la comunità era scontata la vendetta del marito sia sulla moglie infedele sia sul seduttore, per riscattare completamente il proprio onore. Nessuna traccia, invece, dell'antico rito del pretium verginitatis , il dono del giorno dopo, che un tempo veniva elargito alla sposa trovata illibata e consistente nella quarta parte del patrimonio del marito, e perciò volgarmente detta quatra (da cui forse il nome di ragazza, diffuso in varie aree dell'Irpinia, la quatrara .
3. La settimana della zita
Per otto giorno, da una domenica all'altra (questo lasso di tempo era detto La semmàna r' la zita , in pratica la luna di miele di allora) era costume che gli sposi si chiudessero in casa, senza mai mettere il naso fuori. Era il periodo rituale del concepimento, una sorta di luna di miele. Confinata nella casa del marito, la sposa, chiamata zita solo ancora per questo periodo, né doveva lavorare né uscire né contattare altre persone, eccetto la madre e la suocera. Per tutto questo tempo il pranzo le veniva servito dalla prima cognata. Una sorta di consòlo che dura lo stesso tempo della cena funebre, a confortarla del dolore per il distacco dalla famiglia di origine. Questa usanza trova un certo riscontro nelle Sacre Scritture: presso gli ebrei si usava imbandire un banchetto della durata di sette giorni; ma prima lo sposo doveva donare un vestito a ognuno dei componenti la famiglia della moglie. Il divieto di contattare altre persone è giustificato dallo stato di contaminazione della sposa. Infatti, lo jus primae noctis , che in un secondo momento apparve come un sopruso, inizialmente era ritenuto un atto di grazia ricevuta dal signore. E questo perché il signore, essendo un privilegiato, non veniva contaminato dalla sposa nell'atto della deflorazione, sicché la donna, una volta deflorata, non poteva più contaminare il marito o chiunque aveva successivamente rapporti carnaali con lei.
La prima uscita avveniva ufficialmente la domenica successiva al matrimonio: a Guardia e a Montemiletto quest'altro rituale si chiamava l'asciuta ; a Morra si diceva se caccia la zita a la chiesa . Meta, appunto la chiesa, all'ora della messa cantata, che si celebrava alle ore undici. La gente lo sapeva, e decine di curiosi si affacciavano all'uscio di casa per vedere passare la zita sottobraccio allo sposo. Inevitabili i commenti. Buon segno se la sposa appariva dal volto bianco e rosso, di aspetto florido, e lo sposo un tantino pallido e sciupato. In questa occasione la sposa indossava il vestito che le aveva regalato la suocera il giorno della promessa di matrimonio. Rigorosamente di velluto nero (Vallesaccarda, Pagliarulo ). Presso varie comunità accompagnavano la coppia in chiesa anche i genitori e i suoceri della sposa: la loro presenza testimoniava agli occhi del pubblico sia la positività della prova della verginità sia la riuscita del matrimonio.
Dopo la messa, a mezzogiorno, si tornava a casa per il banchetto, a cui questa volta erano invitati i congiunti dello sposo e l'intera famiglia patriarcale della sposa. Questo secondo banchetto in casa dello sposo celebrava la presentazione della nuova sposa alla vasta parentela del marito. Dopo il secondo banchetto, la coppia era tenuta a fare visita a tutti i parenti, sia dell'una sia dell'atra, a comicniare dai genitori della sposa. Dopo questa apparizione rituale in pubblico, nella qualità di coppia consacrata sia dalla chiesa sia dalla comunità, la vita della coppia riprendeva nella sua normalità.
XXX. Il lamento funebre
Il lamento funebre è la seconda fase del lutto, il momento del canto, nel quale il dolore reale si attenua e tende a teatralizzarsi (???). E' il momento dell'elogio, tutto volto al ricordo dell'estinto, che rende il canto epico. La nenia funebre era per lo più un modello stereotipato, comune a tutta la gente irpina. Sia le esplosioni di pianto della prima fase sia il lamento funebre della seconda fase sono privilegio dei parenti più intimi di sesso femminile. L'opposizione maschio-femmina risaltava nel contesto del lutto. Ai maschi era riservato il posto accanto al camino durante la nenia funebre intonata dalle donna: alcuni apparentemente impassibili, altri visibilmente commossi, altri con le lagrime che scorrevano sul volto e gli occhi che guardavano nel vuoto. Nel primo documento rilevato a Bagnoli ( Ciletti ), una donna eleva il canto per la morte della madre:
Cche curaggiu ca tieni a mme lassà sola,
mamma mia.
Nun te ne ì' ancora, tiéneme cumpagnia mamma mia.
Tu sì' stata la spalla forte, mamma mia:
nun sì' stata sulu na mamma,
sì' statu na cumpagna, mamma mia.
Quanta sacrifici sì' fattu p' me, mamma mia:
te sì' luvatu re ppan'a ra occa
e l'è rat'a mme, mamma mia.
Quanta cose me vienn'a mmente:
quannu rico “Mamma”,
lu mussu se mpìzzeca ddoi vote, mamma mia.
Mò me pare tuttu nu suonnu, mamma mia:
me n'addonu roppu, quannu nu' ngi sì' cchiù-ne.
Benerìcime e perdòneme, mamma,
t'affidu tutta la famiglia mia, mamma.
Proteggila tu e prega Diu p' lloru, mamma,
hoi mamma, hoi mamma mia…
|
Che coraggio che hai avuto a lasciarmi sola,
mamma mia!
Non andartene ancora,tienimi compagnia,
mamma mia.
Sei stata la spalle forte, mamma mia,
per me non sei stata solo un mamma,
sei stata una compagna, mamma mia.
Quanti sacrifici per me, mamma mia:
ti sei tolto il pane di bocca
per darlo a me, mamma mia.
Quanti pensieri mi corrono alla mente!
quando dico “Mamma”,
le labbra si attaccano due volte, mamma mia.
Mò mi pare tuto un sogno, mamma mia:
Me ne accorgerò domani che non ci sei più.
Benedicimi e perdonami, mamma.
T'affido tutta la mia famiglia, mamma .
Proteggila tu e prega Dio per loro, mamma,
hoi mamma, hoi mamma mia…
|
Ecco un altro canto funebre, registrato dal vivo a Bagnoli nel 1987. Al momento delle condoglianze, un vedovo rompe ogni schema rituale del lamento funebre, non rispettando né i tempi del lamento né la competenza che incombeva piuttosto alle donne. Stando fuori dell'uscio di casa, addossato al muro, mentre gli amici gli sfilavano dinanzi e gli sollevavano la mano per stringergliela, lui per tutto il tempo diede sfogo a un dolore disperato per la scomparsa della compagna della sua vita:
Te ne sì' gghiuta senza rici nienti,
cumpagna mia, cumpagna!
Quanta prugietti ng'èreme fattu,
cumpagna mia!
E mo' ra sulu iu cummm'aggia fa'?
Sulu me si' rumastu,
cumm'a nu canu.
Te ne vai e te puorti appriessu
na parta r' stu core.
Senza r' te chi pòte cchiù campà,
cumpagna mia, cumpagna…
Nun fà passà stu mese, miglièra mia,
e viéneme piglia… |
Te ne sei andata senza dirmi nulla,
compagna mia, compagna.
Quanta progetti avevamo fatto,
compagna mia.
E ora come farò da solo?
Solo mi hai lasciato,
come un cane .
Te ne vai e ti porti dietro
una pezzo del mio cuore.
Senza di te, chi potrà più campare,
compagna mia, compagna?
Non far passare questo mese, moglie mia,
e vieni a prendermi… |
La moglie non lasciò inascoltata la sua supplica e, dopo poche settimane, se lo portò davvero via. Del resto la percentuale dei vedovi morti subito dopo la perdita della moglie, era molto alta. Al contrario, le vedove sopravvivevano più a lungo ai mariti: “ La morte r' lu maritu l'è giuvatu, s'è fatta n'ata vota ggiovuna! (La morte del marito le ha portato giovamento, è ritornata giovane!), era il commento della gente, al vedere le vedove riprendere interesse alla vita, poco tempo dopo la scomparsa dello sposo. Al 1988 risale la registrazione, effettuata non in un contesto reale, del canto funebre che una donna di Nusco ( Maria C., contadina sessantenne) finge di intonare per il marito defunto:
Maritu miu, cummu vogliu fa' senza ri te-nu?
Maronna mia, che m'è fattu!
E comu mi ni vogliu scurdà ri te-nu,
maritu miu!
E comu mi n'aggia scurdà-nu,
maritu miu!
Aggiu persu la cumbagnìa mia,
cumpagnu miu.
Comu vogliu fa-nu sola sola,
cumbagnu miu.
E cche mi ni vogliu fa-nu senza ri te-nu,
cumbagnu miu…
Il canto che segue fu registrato negli anni Cinquanta, quando ancora alta era la mortalità infantile. Una nonna, che abitava di fronte casa, per un intero pomeriggio si pianse il nipotino venuto meno tragicamente:
Te ne sì' gghiutu p' sempe, figliu miu,
ohi figliu, curu r' mamma.
E cche ruloru m'è ratu, figliu miu,
figliu, sciore r' mamma tua!
Na mammaròssa è mamma roi vote,
figliu miu,
e ddoi vote i' t'aggia chiangi, figliu miu!
Figliu, chi me chiama ccchiù mammarò
figliu bellu?
Mancu n'annu me sì' campatu,
e già na fossa r' sette parme t'hènnu scavata.
Te ne vai e mme lassi sula, figliu miu,
sciorta, sciorta mia… |
Te ne sei andato per sempre, figlio mio,
ohi figlio, cuore di mamma.
Che dolore m'hai dato, figlio mio,
Figlio, fiore di mamma tua!
Una nonna è madre due volte,
figlio mio,
e due volte volte mi tocca piangerti, figlio mio.
, Figlio, chi mi chiamerà più: Mammagrossa,
figlio bello?
Neppure un anno hai campato
e già una fossa di sette palmi ti hanno scavato.
Tu te ne vai e mi lasci sola,
ahimé, che diagrazia… |
Cfr. i canti funebri registrati tutti e due dal vivo, uno a Montecalvo (un uomo piange la morte del padre) e l'altro a Nusco (una moglie lamenta la morte del marito) in Aniello Russo, Canti religiosi , pag. 76-80.
Tra le tante manifestazioni rituali della tradizione popolare irpina, il lamento funebre è il modello culturale arcaico più tenace, e il più lento a scomparire. Questa forma di compianto sopravvive ancora nelle piccole comunità isolate e nei casali rurali. I motivi del lamento sono una costante che si ripete in ogni luogo della provincia. L'ultimo tributo al morto non ha nulla in comune con gli altri riti magico-sacrali: non è né illuminato dalla speranza di un mondo ultraterreno né confortato da un supporto di protezione magica. “ Per le aree subalterne l'evento di morte coinvolge un processo imponente di protesta e di non accettazione della morte.”(Di Nola, La morte trionfata , p. 93). Era indicato come fortunato solo chi aveva la ventura di lasciare questo mondo nella giornata di venerdì: Viat'a cchi more r' viernerì (nel giorno in cui morì Cristo) e l'attèrrene r' sàbbutu (e lo sotterrano di sabato, quando Gesù risorse).
Tutti i testimoni concordano nel negare la presenza nei funerali delle lamentatrici prezzolate, le preficae . Un informatore di Lioni ( Nino Iorlano ) rivela che un tempo nel suo paese era possibile assistere, nelle case colpite soprattutto dalla scomparsa di un padre di famiglia, all'arrivo di schiere di donnette non apparentate, che irrompevano piangendo e gridando:
E' mmuorto, è mmuorto
lu cèrmete de sta casa… |
E' morto, è morto
chi era la trave portante di casa … |
E il lamento continuava, ricordando tutte le doti del defunto e esaltando l'amorevolezza coi suoi e la bontà col prossimo. Questa spontanea esibizione delle lamentatrici, che non era remunerata (non erano piagnone professionali), va intesa piuttosto come la testimonianza dell'estensione del lutto all'intera comunità.
C'è chi ha supposto che questo rituale del pianto fosse praticato al fine di esorcizzare la morte. Io credo invece che fosse un alto momento di commozione con cui si tributava il dovuto onore alla persona cara, e una grande prova di solidarietà.
Chi aveva di recente perduto una persona cara coglieva l'occasione di ogni altro evento luttuoso per rinnovare non solo il suo dolore, ma per testimoniare anche la sua sentita solidarietà. Non di rado, in tali momenti, la vedova o la figlia orfana, che si presentava in stretto abito nero, dava sfogo a un pianto irrefrenabile alla vista del defunto, che le ricordava la persona cara perduta; poi, quando riusciva a frenare il pianto, dialogava con il morto: “ Cumpa', mò chi vai addo' maritumu, pòrteli nu vasu e ringi ca stongu bbona! ” questo la vedova. “ Zì' cumpà, si viri a tata, nun te scurdà r' li purtà li saluti mia, e ringi ca stu mesu li fazzu rici na messa !” e altre espressioni del genere.
XVI. Il fidanzamento ufficiale
1. Il contratto nuziale
2. La consistenza del corredo
3. Il fidanzamento ufficiale
4. Scambi di doni
XVII. Riti pre-matrimoniali
1. Il bucato del corredo
2. Il corteo delle canestre
3. Il rito di preparazione del letto nuziale
XVIII. Il matrimonio
1. La cerimonia religiosa
2. Il rito della caravaccàta
3. Il banchetto nuziale
XIX. Altri riti matrimoniali
1. Il commiato dai genitori
2. L'accoglienza in casa del marito
3. La serenata agli sposi
XX. La settimana della zita
1. La prima notte
2. L'esposizione del lenzuolo
3. La settimana della zita
XXI. Il matrimonio forzato
1. La fuga d'amore
2. Il rapimento
XXII. La macriàta
XXIII. La famiglia patriarcale
1. La famiglia patriarcale
2. La divisione dei compiti
3. La panificazione
4. Il bucato e le pulizie pasquali
XXIV. La casa
1. L'abitazione patriarcale
2. L'abitazione di campagna
XXV. Il comparatico
1. I comparatici religiosi
2. Altri riti comparatici
XXVI. L'età adulta
1. La vita matrimoniale
2. Pratiche magiche delle mogli
3. La condizione femminile
4. La vita quotidiana
XXVII La vecchiaia
XXVIII Presagi di morte
XXIX. La morte
1. Il viatico
2. La preghiera dell'agonia
3. La preparazione della salma
XXX. Il lamento funebre
XXXI. Ritualità funebri
1. Il sigillo della vita
2. La sistemazione della salma nella bara
3. I funerali
4. La visita di cordoglio
XXXII Il banchetto funebre
XXXIII. Altre tabuizzazioni in tempo di lutto
1. I tabu in presenza del morto
2. I tabu dopo i funerali