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NOVELLE EROTICHE E RACCONTI |
Indice
| Novelle erotiche
1 . La coppola rossa
2. Santella e la benedizione del parroco
3. Le campane a morto
4. La contadina che si nutriva di fiori di lenticchia
5. Le ciliegie del contadino
6. Il figlio della contessa
7. Il parto gemellare
8. Padre Giacinto
9. Ficarotta
10. Il bene più prezioso
11. Il quadro miracoloso
12. Come fu che uno sposo vide il paradiso la prima notte
13. Il capezzolo
14. La statua di Sant'Antonio in carne e ossa
15. I due compari
16. La prima volta del nipote
17. La moglie del montanaro
18. Il sogno della vedova
19. Mìnico e Ménica
20. Il vecchietto che aveva perduto il puledro
21. Don Mariello
22. Poscia, a casa!
23. La ragazza che faceva coccodé
24. I due gomitoli
25. Il tricolore del parroco
26. Come un abate sfondò la porta dell'inferno
27. Per chi è vecchio la messa e per chi è giovane la fessa
28. L'asino nella stalla
29. Il giradito dell'arciprete
30. Il prendisole
Racconti
31. Compare Piruoccolo
32. Il maiale e il padre guardiano
33. Cricco, Crocco e Manicoduncino
34. Don Angelo e l'asino di Pricitella
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35. Cecaorpa
36. Failuccio e il montone
37. Il sorecaro
38. Lorina
39. La grazia
40. La fortuna di Pascale
41 Mastro Cianfitto
42. Il seggiolaio e i tre ladroni
43. Il racconto di zio Fellonio
44. Gesummina e la cena con i Santi
45. Cicco Cianci
46. Il serparo
47. Il mulo di Paiappa
48. Perché in un paese Pasqua venne di venerdì
49. Come una donna non le buscò più dal marito
50. Trentasette zecchinetti
51. I mariuoli di tamburi
52. L'eredità di un vecchio
53. Ah, Pasquale!
54. L'invidia
55. Fra Ciriaco e il brigante
56. I due mastri d'addobbo
57. Hai mai visto zingari mietere?
58. La storia delle tre querele
59. Malemiservi
60. Lucertole femmine e lucertole maschi
61. Il pugno di San Prisco
62. Una madre e una figlia ficcanaso
63. La puerpera che allattava i serpenti
64. I due cappelli
65. Il tesoro del brigante
66. Chichiullo e Malapelle
67. La roba da mangiare non si porta a confessare
68. La predica muta
69. Piciondro e la pignatta con i marenghi
70. Sciodeo e la trippa
71. Il Re e il servo |
72. L'indovino Grillo
73. Chi sale non scende
74. Il brigante Michelangelo
75. La Reginella e il sale
76. Il reggimento della Regina
77. Monaci grassi senza pensieri
78. Come un soldato mise in fuga il diavolo
79. I tacchini di Natale
80. Signora per un giorno
Aneddoti
81. Bum, e lagana fuori!
82. La frittella
83. La fidanzata che sapeva risparmiare
84. La pelle di pecora
85. La moglie balbuziente
86. Con le forbici
87. La comunione dello sposo
88. Il debito
89. Il compare cieco
90. La zolla
91. L'appetito
92. I tre figli dello zappatore e la predica del parroco
93. Il cambio di fortuna
94. Il garzone forestiero
95. Ti conosco, pero dell'orto mio!
96. Abbassa la tonaca, in domine!
97. Il funerale del cane
98. I due vecchi e la morte
99. Il vecchio che conservava i soldi in una trave
100. La sepoltura del nonno
101. Il figlio che risparmiò la vita del padre vecchio
I contesti narrativi del racconto erotico
Fonti
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1. La coppola rossa
C'era una donna sposata che era la più grossa zoccola del paese. Lo sapevano pure le pietre che, appena vedeva un paio di calzoni, correva a letto ad aspettarli. Si agitava perciò un mare di voci su di lei, che però, al cicalio delle comari, rispondeva grattandosi per disprezzo su una natica. Gli amici e i parenti più volte informarono il marito sventurato: - Bada, tua moglie è una malerba, tira su la gonna alla vista di ogni maschio!
Ma lui, testardo, scrollava il capo: - Le vostre parole sono scoregge al vento. Non siete degni neppure di baciare dove passa lei - credeva che a casa lo attendesse una moglie devota. E si allontanava dal mormorio irridente, borbottando - E' l'invidia che vi induce a malignare!
La moglie aveva, quindi, tutto l'agio di continuare liberamente ad accalappiare maschi a trappola aperta. E con lei ogni maschio: un'alzata di veste, un colpo e poi tela! Una sera quel povero cristo del marito rientrò dal lavoro incazzato nero: irruppe sbattendo la porta, batté il berretto sulla panca, girò più volte attorno al tavolo.
- Ma che c'è? vieni qua - la moglie stava in faccende in cucina. Il marito prese a parlare da solo, mugugnando. La moglie riprese: - Ma che dici? - e poi con voce imbronciata - Tu ti parli, tu ti capisci e tu ti rispondi!
- Non è niente! - le rispondeva l'altro andando e venendo dalla cucina -. Non è niente!
- Come niente! hai fatto questione con qualcuno?
- Con nessuno! - ti dico.
- Ti hanno licenziato dal lavoro?
- E dalli!
- E allora? - fece la moglie mettendo la testa fuori dalla cucina.
- Ma guarda un po' tu - alla fine il marito si decise a parlare -, un cristiano, dopo che si è rotta la schiena per una vita nei campi, deve essere sottoposto a questa vergogna!
- Quale vergogna? - incalzò la moglie venendo finalmente via dalle faccende.
- Il sindaco ha ordinato a tutti i cornuti di presentarsi domenica mattina, a mezzogiorno, in municipio con la coppola rossa in testa… Sst, zitta! Ascolta, sta passando proprio ora il banditore.
- Eh, pensavo chissà cosa fosse! - riprese la moglie, dopo che ebbe udito il bando - E poi, tu che c'entri?
- Così ho detto pure io agli amici in piazza. Ma tutti quanti mi hanno risposto che, siccome io sono il primo cornuto del paese, per primo devo presentarmi dal sindaco.
- Ah, lo vedi, non sei solo! - gli disse lei, e aggiunse con una faccia di culo - Di che hai vergogna, allora?
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5. Le ciliege del contadino
Una volta, ai tempi che nessuno più ricorda, per una stradina di queste terre si trovò a passare il figlio del Re. Nel vedere un contadino chino sui solchi a zappare, si meravigliò che non si voltasse neppure al suo passaggio. E si arrestò: - Buon uomo, come va il lavoro?
- Come vuoi che vada? - gli rispose il contadino senza togliersi il cappello - Si zappa, si semina, si butta il sangue... e dopo un anno, se ti va bene, raccogli solo quello che hai seminato.
Il Principe mangiava nel frattempo un pugno di ciliegie e sputava gli ossi sulla siepe che delimitava il campo. Un nocciolo, nel cadere sul cespuglio, rimbalzò e finì nel solco da poco scavato. Di colpo, senza salutare il Principe voltò il cavallo e proseguì il suo viaggio. Di lì a poco passò un frate scalzo e incappucciato: - Fratello, la carità per San Francesco -. Ricevuta una manciata di fagioli da questo contadino qua, benedisse il campo e prese la via del convento, nascosto tra i castagni a metà costa.
Una mattina il contadino trovò nel suo campo un alberello di ciliegio spuntato tutto in una volta. E prese a curare la pianticella, che nel mese di maggio miracolosamente portò i primi frutti. - Queste ciliegie sono del Principe che ha gettato il seme della pianta - disse il contadino - e del frate che ha benedetto il campo -. Le raccolse, erano due chili. Le pose metà in un fazzoletto e metà in un altro, e partì. Si fermò prima al convento, dove lasciò un chilo di ciliegie per il frate, che lo ringraziò e lo benedisse, e riprese il viaggio alla volta della città. Al cancello del palazzo reale le guardie gli sbarrarono il passo.
- Devo portare le ciliegie al Principe. - disse il contadino, sicuro che questo bastasse per passare.
- Lasciale qui, gliele consegnerò io - fece il capitano, cercando di strappargli di mano l'involto. “Vuole farsi bello lui col figlio del Re!” il contadino non si fidò. A voce alta disse: - Non hai capito, il Principe mi aspetta.
Le guardie, quando appresero che veniva per ordine del Principe in persona, lo accompagnarono esse stesse nelle stanze reali. Al cospetto del Principe, il contadino, senza piegare le ginocchia, disse: - Le ciliegie sono per te - e gli ricordò il giorno in cui si era intrattenuto a parlare con lui.
Commosso il Principe volle premiarlo: - Toh, campa pure tu - disse e gli porse una borsa di denari.
Al ritorno in paese il contadino raccontò al fratello e al compare da cima a fondo tutto quanto.
- Per un pugno di ciliegie il Principe gli ha dato tutto quel denaro! - disse il fratello alla moglie. La notte la moglie gli si mise nell'orecchio, fino a che non lo convinse ad andare pure lui dal Principe: - Ma tu non fare lo spilorcio come tuo fratello -. Quest'altro raccolse tutte le ciliegie dalla sua pianta e, riempita una cesta fino all'orlo, partì. Il Principe, questa volta, si mostrò infastidito: - Che devo farmene? - ma per non sembrare scortese, aggiunse - Beh, ormai le hai portate, lasciale qua -. E lo congedò.
- Come? A mio fratello hai dato una borsa di denari per un pugno di ciliegie, e a me che te ne ho portate una cesta, non dici neppure grazie?
- Caccia questo zotico dalla Reggia - ordinò indispettito il Principe al capitano delle guardie. E aggiunse - Restituiscigli tutte le ciliegie -. Poi ebbe un'idea - Che se le riporti a casa, ma… - e parlò in un orecchio al capitano.
Il capitano si fece ripetere l'ordine. Poi condusse il contadino nella stalla e comandò alle guardie di calargli i calzoni: - Ficcategli in culo tutte le ciliegie che ha portato, una per una!
Mentre le guardie eseguivano l'ordine, il contadino se la rideva. - Invece di piangere! - gli fece il capitano. E siccome quello continuava, aggiunse - Neh, ma che hai da ridere?
- Io rido… ah… ah… ah! perché sta arrivando dal paese il compare… ah…ah…ah! con una cesta di cetrioli per il Principe.
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12. Come fu che uno sposo vide il paradiso la prima notte
C'erano due vedove che abitavano porta a porta: una aveva un figlio maschio, l'altra una figlia femmina. La madre dell'uno e la madre dell'altra, sin da quando i loro figli erano piccoli così, dicevano sempre: - Queste nostre creature, quando acquisiranno sale e sapienza, dovranno essere marito e moglie -. Divenuti giovani i loro figli, le due donne combinarono ogni cosa: il fidanzamento, il matrimonio, il banchetto... Alla fine del pranzo nuziale, i due sposi - allora chi te lo dava il viaggio di nozze? - si ritirarono in camera. La mattina dopo, appena si fece giorno, la sposa si alzò e scese in tutta fretta in cucina. La madre, vedendola levata così presto e turbata nel volto, si mangiò la foglia. Vincendo ogni imbarazzo, le si rivolse con un sorriso: - Allora, come è andata?
- Ma', è andata che… io da una parte e lui dall'altra. Tutta la notte io sveglia, seduta sul letto, in attesa con le braccia incrociate, e lui disteso a dormire placidamente e a ronfare. E non è ancora sazio di sonno!
- Capita, cuore di mamma, capita! Era la prima volta, era stanco...
La notte successiva, però, si ripeté la stessa canzone; anzi il marito si coricò più presto e si alzò ancora più tardi. E la moglie tornò a lamentarsi con la madre: - Non si muove e non si muove!
La madre si gettò uno scialle sulle spalle e andò dalla madre dello sposo: - Ma tu a tuo figlio non gli hai detto cosa deve fare con la moglie? Crede che il letto serva solo per dormire.
- A sapere lo sa - la rassicurò la comare - ... o almeno, credo. Tata Micco, la buonanima, è morto quando il figlio aveva solo cinque anni... ma qualcuno glielo avrà pur detto come si fa con le donne.
- A me pare che non conosca la via. Eppure, non faccio per dire, ma ho dato una rosa a tuo figlio. E g liela ho data sana, com'è uscita dalla mia fessa. C'erano tanti che la volevano, povera figlia!
La madre dello sposo cercava di calmare la consuocera, pregandola di non alzare la voce. Che avrebbe detto la gente, se si fosse saputo che il figlio non aveva consumato il matrimonio? All'istante, lasciando a mezzo le sue faccende, seguì la consuocera. Si chiamò da parte il figlio: - Fiore di mamma, che mi fai sentire? - il figlio la guardava stranito - Perché non hai ancora toccato tua moglie?
- Perché dovrei toccarla? - fece il figlio incredulo.
La madre era visibilmente imbarazzata e non trovava le parole per ammaestrare il figlio sulla faccenda. Alla fine si diede coraggio e, senza guardarlo in faccia, gli parlò chiaro: - Ah, senti, tu a letto con tua moglie devi fare così, così e così!
- Ma tu che dici? Mamma, vuoi sfottermi?
- No! te lo dico seriamente. Tua moglie ci tiene tanto… tutte le donne per questo si maritano!
- Mah, che sfizio ci provate?
- Fa' come ti ho detto e pure tu ci troverai il tuo piacere - il figlio continuava a fare la faccia di chi non capisce -. Fidati di me! Fa' come ti ho detto e ti parrà di volare in paradiso con tutte le scarpe - Per sincerarsi che le cose andassero bene, restò a dormire nella stanza accanto. Al calare delle tenebre, tutti andarono a letto. Più tardi un grido squarciò il silenzio della notte:
- Mamma, mamma, io sto andando in paradiso: vuoi mandare a dire qualcosa a tata?
Loru ddui ddà ngimma mparavisu
e tu sulu qua cumm'a nu mpisu!
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13. Il capezzolo
All'epoca della guerra i generi alimentari si potevano ottenere solo con la tessera. La carne era il lusso di pochi. L'unico macello si trovava nel capoluogo, ad Avellino, rigorosamente controllato dai gendarmi e dalle camicie nere. In un paese dell'interno, a ridosso della catena degli Appennini, a una donna grossa incinta un bel momento venne la voglia di carne.
- Dove la prendo? - disse il marito. Spaventato dal pericolo che la moglie potesse abortire, si risolse a partire. Prese il treno e raggiunse Avellino. Al macello lavorava un suo vecchio amico - con lui un tempo divideva il pane, l'acqua e il sonno -, e si rivolse direttamente a lui.
- Vuoi farmi passare un guaio? - gli obiettò l'amico - Al controllo non sfugge un grammo di carne.
- Se torno senza, bene che mi vada, mia moglie partorirà una creatura con la faccia deturpata da una voglia. E casomai è femmina, pensa tu!
Colpito da queste parole, l'amico, dopo che ebbe riflettuto, partorì un'idea: - Potrei darti la poppa di una mucca che abbiamo macellato proprio oggi. Faccio passare la vacca per toro. Ma ora c'è un altro problema: come te la porti via? Se ti scoprono, a te ti arrestano, a me mi fucilano.
- Di questo non darti pensiero. Me la nascondo sotto la camicia. Nessuno ci farà caso.
- Va bene, che Dio ce la mandi buona! - e andò a prendergli la poppa.
La poppa, siccome era di una grossa mucca, aveva certi capezzoli grossi così. Il paesano se la ficcò sotto la camicia, la coprì con la giacca e raggiunse la stazione. Nello scompartimento del treno gli stavano sedute di fronte una donna anziana e la figlia di dodici o tredici anni. Partì il treno. Questo cristiano, però, non si era accorto che gli mancava un bottone alla brachetta sicché, quando il treno si mosse, a causa dei frequenti scossoni, la poppa prese a muoversi sotto la camicia e scivolò fino all'inguine. Un capezzolo trovò la brachetta aperta e si mostrò all'esterno. La donna lo vide e, credendo che fosse il pisello, con la punta della scarpa gli bussò vicino al calcagno e gli fece segno di tirarselo dentro. Il paesano fu lesto a rimetterlo a posto, stringendo nello stesso tempo le cosce. Il viaggio era lungo e con il suo rullio il treno gli conciliò il sonno. Addormentandosi, allargò inavvertitamente le gambe sicché, per gli urti frequenti del treno, di nuovo dalla brachetta fece capolino il capezzolo. La donna gli bussò per la seconda volta: - C'è mia figlia, sta' più attento.
Disturbato nel più bello del sonno, questo mise la mano in tasca, cacciò il coltello a serramanico e zac! tagliò il capezzolo. E lo gettò fuori dal finestrino.
- Madonna, che hai fatto! - proruppe la donna - Per colpa mia te lo sei addirittura tagliato! E ora come farai senza?
- Non darti pena, comare! - gli rispose il viaggiatore - Di questi ne tengo ancora tre - si accucciò di nuovo e tornò ad assopirsi.
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21. Don Mariello
Chillo c''o cazone se morivo ‘e fama,
chella co' a veste s'abbuscàvo ‘o ppane. |
L'uomo coi calzoni morì di fame,
la donna con la veste si buscò il pane. |
Un mariuolo, che non era nato per lasciarsi mettere la cavezza, con tutto che era sposato e con tre figli, continuava a sbavare dietro alle altre gonnelle, e spesso gli capitava di mangiare in altre zuppiere, oltre che in quella della moglie. Un giorno vide per caso una bruna assai vistosa, che era la sorella del parroco, e cominciò a cingerla d'assedio, a rivolgerle i complimenti, ad allungare le mani. Quando le promise di sposarla, cadde l'ultima resitenza della ragazza, e se la pappò benedicendola. Al ritorno del flusso, la ragazza, rendendosi conto di essere incinta, aspettava ansiosamente l'amato per rivelargli il guaio che avevano fatto. Ma nello stesso giorno il mariuolo era penetrato in un palazzo per fare man bassa e, colto sul fatto, era stao arrestato e gettato in prigione. Nel carcere restò per nove mesi. Allorché ritornò a casa, notò che la moglie, durante la sua assenza, non se l'era poi passata male. Indossava una veste costosa, calzava un paio di scarpe coi tacchi, teneva al collo una collanina d'oro, nuova nuova. E poi in casa non mancava nulla. Si insospettì ancora di più, quando seppe che aveva sfornato un quarto figlio e l'aveva chiamato Mariello: - Perché questo nome?
- Così! - fu l'asciutta risposta della moglie, lasciando il marito con il dubbio.
“E' figlio a me o non è figlio a me?” si chiedeva quando, tenendolo tra le braccia, scrutava il volto paffuto del piccolo. Con questo chiodo fisso nella coccia, a Pasqua, come tutti gli anni, andò a confessarsi. Il parroco, don Mariello, volta per volta chiedeva: - Hai rubato? hai offeso i Santi? hai bestemmiato i morti?
Il mariuolo appresso appresso confessava le sue colpe, e per ognuna di esse aggiungeva: - Sì, ho rubato, ma poi ho rimediato dando l'elemosina ai poveri. Sì, ho offeso i Santi, ma, quando me ne sono pentito, ho acceso un cero davanti alla loro immagine. Sì, ho bestemmiato i morti, però anche con loro ho saldato il mio debito, facendo dire una messa in suffragio per ognuno…
- Hai qualche altro peccato?
- Sì! - rispose il mariuolo e poi riprese - Ma dimmi, don Marie': se un uomo sposato rende gravida una ragazza nubile, commette peccato grave?
- Certo… però Dio perdona tutto.
- Don Mariello mio, sono mesi che mi porto sulla coscienza il peso di questo peccato - poi il mariuolo si diede animo e cacciò il rospo - Mi sono fottuta tua sorella.
- Cooosa?
- Mi so-no fot-tu-ta tu-a so-rel-la! - ripeté scandendo - e l'ho pure messa incinta. Ma quel che è peggio, è che questo peccato non so come scontarlo.
- Compa', per questo non darti pena - gli rispose secco Don Mariello, cacciando fuori dal confessionale il volto paffuto -, perché ci ho pensato io a scontarlo per te.
- Ah, meno male! - rispose di primo acchito il mariuolo. Ma poi si insospettì e chiese - Don Marie', toglietemi la curiosità: ma com'è che questo peccato me lo trovo già scontato?
- Da uomo a uomo: tu ti sei fottuta mia sorella? e io mi so-no fot-tu-ta tu-a mo-glie! - rispose pure lui scandendo le parole - Per questo i due peccati si compensano. La penitenza l'hai fatta già, e mo' puoi pure toglierti dai coglioni!
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24. I due gomitoli
Un commerciante viveva con la moglie e l'unica figlia di sette o otto anni. Venne il momento che il Padre Eterno chiamò a sé la donna, costringendo il pover'uomo a rinchiudere la sua piccola in un monastero di suore. Solo quando la figlia raggiunse l'età di sedici anni, andò a riprenderla. Ella era cresciuta senza malizia, e ora tutta sola viveva ancora come una collegiale: cuciva e ricamava i panni del suo corredo, filava e sospirava sognando un mondo di tutti buoni e di tutte opere buone. Solo sul tardi si metteva alla finestra: così vedeva scorrere i giorni, le settimane, i mesi. Una volta - era il tramonto, l'ora degli innamorati -, se ne stava il suo solito con i gomiti poggiati sul davanzale. A un tratto sentì bisbigliare. E drizzò le orecchie. Sotto il suo portone si erano rimpiattati due fidanzati, che parlavano fitto fitto.
- Stasera che facciamo? - chiese a un certo momento il ragazzo.
- Che vuoi fare? Fra poco io devo essere di ritorno a casa, se no sono botte.
- Ma se tu fossi libera di scegliere, cosa preferiresti fare, andare a cinema o farti una chiavata?
- Io andrei a ballare.
- Ma va', non dirmi che non ti piacerebbe chiavare! C'è più gusto.
La ragazza che stava sul balcone si incuriosì e allungò il collo per sentire ancora, ma uno scalpiccio l'avvertì che i due stavano andando via. E rimase col dubbio: - A chiavare c'è più gusto, mah!
Rincasò il padre e le disse: - Stai sempre rinchiusa in casa. Preparati, ti porto a cinema.
- Papà, ho sentito uno che diceva alla ragazza che c'è più gusto a chiavare. Che cos'è una chiavata?
- Beh, ehm… - fece il padre. Colto di sorpresa, lì per lì non seppe che dire. Poi staccò dalla parete la grossa chiave della cantina - Ora ti faccio vedere che cos'è una chiavata! - disse, e gliela suonò pesantemente sulla schiena.
- Ah! - gemette la figlia - questa è una chiavata? No, no! io non voglio chiavare mai più.
Una sera un giovane, passando lì per caso, la vide affacciata alla finestra e a volo gli piacque. Pazientemente si mise a scarpinare su e giù sul marciapiede, davanti alla casa di lei fino a che, rientrato il padre, si fece coraggio e gli andò a parlare. Pochi mesi dopo i due giovani andarono a nozze. La prima notte il marito in tutta fretta si spogliò e raggiunse la sposa sotto le coperte: - Ah! preparati ora a una chiavata lunga quanto tutta la nottata!
- Una chiavata? No, no! - la sposa schizzò via dal letto urlando - Già mi ha chiavata mio padre.
“Cazzo!” pensò lo sposo “Il padre prima ha stappato la bottiglia, e poi l'ha passata a me.” Lasciò tutto così com'era per correre dal suocero: - Tua figlia, così e cosà…
Il suocero gli raccontò il fatto della chiavata e poi lo consigliò: - Torna da lei, ma non dire che vuoi chiavare. Dille che vuoi… filare.
Lo sposo tornò a casa tutto rinfrancato ed eseguì a puntino il consiglio del suocero. Finalmente riuscì a fare l'amore. Alla moglie piacque tanto che non voleva più smettere di filare.
- Moglie cara - sbottò a un certo punto il marito, svigorito e con la testa pesante -, mo' basta!
- Perché così presto?
- Perché, perché… è finito il filo.
La moglie gettò le mani tra le gambe del marito: - E questi due gomitoli per quando li vuoi conservare?- Disse stringendoli nel pugno. Pensa tu, non li voleva mollare più!
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49. Come una donna non le buscò più dal marito
Due giovani amiche, Cirosa e Matalena, che dall'infanzia e rano state compagne intime l'una dell'altra, sposarono due fratelli: uno contadino, l'altro calzolaio. Cirosa, che si maritò con il calzolaio, si trasferì dopo qualche tempo in un altro paese, mentre Matalena restò in casa della suocera. La vecchia, fin dai primi giorni prese a istigare il figlio contro la nuora: - Tua moglie non è buona a nulla. Io non so chi ti accecò quando la incontrasti per la prima volta... In questa casa i calzoni li porta lei. Ah, la buonanima, lui sì che aveva i coglioni sotto! - ogni giorno gli faceva una testa così. E il figlio picchiava la moglie senza un motivo. Qualunque cosa Matalena facesse, il marito aveva sempre da ridire: - Lì doveva essere così... là dovevi fare cosà... - e giù a pestarla.
Un giorno tornò al paese la cognata, che, appena la rivide, quasi non la riconobbe: - Sei diventata l'ombra di te stessa! - scuoteva il capo, la commiserava - Ma, dimmi, tuo marito come ti tratta?
- Perché il tuo ti tratta bene? - fece Matalena. Seduta sulla panca accanto al fuoco piangeva.
- Certo che sì! Come mi accingo a fare un lavoro, mio marito mi grida addosso. Sono costretta a sbrigare le faccende, quando lui non c'è.
- Tutte le fortune capitano a te! Mio marito non è mai contento... - e le raccontò tutti i suoi guai.
- Non c'è dubbio - commentò Cirosa -, è la madre che lo istiga. Lo faceva anche con mio marito; per questo andammo via. Le suocere sono così, che vuoi farci?
- Eppure a mia suocera io la tratto come una regina: lei a capo tavola, a lei il primo boccone... non le permetto di toccare l'acqua per lavare, le strappo la scopa di mano. Con tutto questo, in quella casa io non ho potere nemmeno sul sale.
- Ascoltami bene - Cirosa la mise sulla strada -, come tuo marito comincia a borbottare, tu prendi un sorso d'acqua e non inghiottirla. Lui grida? e tu non gli rispondi. Così non gli dài agio, e lui crepa in corpo. Poi, fa' tutto quello che ti dice, perché lui cerca solo un pretesto per picchiarti.
Quella sera stessa il contadino disse alla moglie: - Io vado nel campo e questa sera, al mio ritorno, voglio per cena un piatto di fagioli, che siano stati cotti senza il fuoco!
- Senza fuoco, come farò? - Matalena cominciò a strapparsi i capelli - Questa sera mi lascerà morta!
- Metti la pignatta vicino al fuoco - la consigliò Cirosa, che la sapeva molto lunga - e, intanto che i fagioli cuociono, tu sta' alla finestra. Come tuo marito spunta in fondo alla strada, prima che salga, spegni il fuoco e chiudi la bocca del camino con una lamiera. Metti la pignatta d'argilla in mezzo alla stanza: l'acqua dei fagioli continua a bollire ancora per qualche tempo…
All'imbrunire Matalena si pose alla finestra e, come vide arrivare il marito con il viso torvo, ebbe paura di prenderle pure quella sera. Tuttavia fece a puntino ciò che le aveva suggerito la cognata. Quando il marito entrò in cucina e vide i fagioli cotti, che bollivano nella pignatta anche senza fuoco, restò stupito e contrariato. Si sedette a tavola e mangiò senza fare parola. Il fatto non gli era andato giù, e rimuginò un nuovo pretesto per costringere la moglie a sbagliare.
Venne luglio, tempo di mietitura, ed entrambi, marito e moglie, una mattina andarono in campagna: con il fresco trasportarono sull'aia, lui sulle spalle e lei sul capo, quasi duecento covoni di grano e li affastellarono. Dopo l'ultimo viaggio si sedettero sul muretto per asciugarsi il sudore e mangiare un boccone. Al marito venne una strana idea: - Moglie - ordinò -, accendi il fuoco in mezzo all'aia.
- Come, il fuoco con questo caldo? Se scappa una scintilla, c'è il rischio che s'incendino tutti i covoni -. Ma quando parlava lei, il marito faceva conto che avesse parlato l'asina. - Beh, se insisti, vado a casa a prendere la legna.
- Perché? - fece lui tutto tranquillo - Accendi il fuoco con un covone: ce ne sono tanti.
Matalena ebbe un attimo di esitazione, pensò alla fatica per zappare la terra, seminare il grano, sarchiarlo, mieterlo... ma poi con risolutezza afferrò un covone, lo mise in mezzo all'aia e gli diede
fuoco: - Marito mio, hai ragione tu: il fuoco è buono tredici mesi all'anno.
Quando il marito, però, la vide abbrancare un altro covone per metterlo sul fuoco, la fermò: - Lascia stare, - disse - ora basta. - E da quel giorno non la tormentò più.
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81. Bum, e lagana fuori!
Tif, tuf, e toff!
chi è fatta ‘sta brutta loffa?
L'è fatta nu culu fetente
ca appuzzentìsce tutta la ggente. |
Tif, tuf e tef!
chi ha sganciato sto brutto peto?
L'ha sganciata un culo fetente
che ammorba tutta la gente! |
Un giovane amava una ragazza, una contadinotta che possedeva tutte le virtù e una salute esuberante. Ma aveva il vizio di scoreggiare di continuo (Fanno cose le donne, alle volte, che c'è da restare secchi!). Scoreggiava dovunque si trovasse: a letto, in cucina, nei campi… badava solo a che nelle vicinanze non ci fosse nessuno che potesse sentirla. Un giorno, nella sua cucina prese a impastare acqua e farina per preparare ru llàgunu , le tagliatelle, che avrebbe cucinato con i ceci. Una volta pronto l'impasto, cominciò a stenderlo. E ogni volta che stendeva la sfoglia e la batteva sulla spianatoia, accompagnava il gesto con una sonora scoreggia: - Bum ! - rumoreggiava col culo. E nello stesso momento con la bocca diceva - e llàgana foru!
In quella arrivò il fidanzato e si fermò fuori dall'uscio. Voleva farle una sorpresa giungendo a sua insaputa.
- Bum , e llàgana foru ! - riprese l'innamorata, che non si era accorta del suo arrivo. Era così abile nel coprire il rumore della scoreggia con il colpo della sfoglia sulla spianatoia che il fidanzato sulle prime non si rese conto che lei scoreggiava. Ma poco dopo capitò che le scappasse una grossa scoreggia un attimo prima della battuta sulla spianatoia: buuùm!
“Beh, è meglio che me ne vada” pensò il fidanzato. “Non è mica bello avere una moglie che ammorba l'aria in casa. Figurati a letto, sotto le coperte! Mi farei ridere dietro da tutto il paese, pure dai cani, se si venisse a sapere che mi sono portato in casa una scoreggiona!” E furtivamente si allontanò, così com'era venuto. Per la strada tra sé e sé andava dicendo: “Non posso andarmene senza togliermi lo sfizio di dirglielo. Ma come? e dove? A casa sua, davanti ai suoi, no! Ah, ecco! Prima o poi dovrà uscire a prendere l'acqua. Mi farò trovare alla fontana!”
A calata di sole, come era sua abitudine, l'innamorata uscì di casa con la conca di rame sul capo e il secchio in mano. Quando vide il fidanzato che l'aspettava accanto alla fontana, sorridendogli gli chiese: - Da quanto tempo stai lì ad aspettarmi?
- Da quando tu hai fatto: “ Bum, e llagana foru! ” - rispose il fidanzato. L'innamorata ammutolì e, mentre lui le voltava la schiena per andarsene, a lei non restò che mordersi i gomiti.
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I contesti narrativi del racconto erotico
(da Il seme del sole di A. Russo, Simone editore, Napoli 2007)
Le occasioni in cui si narrava il racconto erotico
La trasmissione orale del racconto un tempo si avvaleva di numerose occasioni, costituite dalle veglie pastorali, dal raccolto delle castagne verdi, dall'attesa del parto, dal bucato al lavatoio, dalla panificazione nel forno pubblico, ecc. I racconti accompagnavano sempre, insomma, le fatiche dell'uomo. Anche quando si raccontava accanto al camino, nelle lunghe serate invernali, le donne soprattutto non stavano con le mani in mano: o rammendavano o ricamavano o filavano o facevano la calza. La narrazione presuppone la presenza di ascoltatori. Pure durante i lunghi viaggi a piedi era cercata la compagnia, e nella compagnia spesso si trovava qualche buon narratore che con le sue storie faceva dimenticare la fatica del viaggio a piedi.
I generi della narrazione orale erano vari, si differenziavano a seconda del contesto e a seconda dei componenti il gruppo che lavorava in comunità o che viaggiava in compagnia (la composizione del gruppo poteva essere diversa per sesso, per età, per mestiere, ecc.). Nella comunicazione verbale riscontriamo: la fiaba di magia, la favola degli animali, il racconto esemplare, il racconto di derivazione letteraria, l'aneddoto e, quasi sempre, il racconto erotico . Tutti questi generi erano classificati come conti.
Il repertorio varia anche da contesto sociale a contesto sociale: v'erano occasioni del narrare che vedevano riunite attorno al focolare di un casolare le famiglie dei vicini. E questo avanti che la emigrazione prima e la televisione poi smembrassero queste famiglie. E qui la narrazione era costituita dalle fiabe di magia, dai racconti di paura, dalle storie di fantasmi.
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Il patrimonio narrativo popolare non è solo quello che era raccontato ai piccoli dalle loro nonna. C'erano tante altre occasioni che presuppongono la presenza di elementi estranei alla famiglia, i quali rendevano la compagnia più simpatica. La pratica del racconto accompagnava anche i diversi lavori nelle campagne: la sarchiatura, la mietitura, la trebbiatura del grano, la scartocciatura delle pannocchie; ma anche i lavori delle botteghe degli artigiani (calzolai, barbieri, sarte, ecc.). Occasioni che per la loro regolare frequenza, vanno configurati come contesti canonici .
Il repertorio e i generi della narrativa orale vanno, dunque, distinti a seconda dei contesti. Altro il repertorio in mezzo a un gruppo di sole donne (Al forno, in attesa del parto, al lavatoio), altro quello tra soli uomini (Nella bettola, nella bottega del ciabattino, nelle osterie, dal barbiere, ecc.), altro ancora quello dei giovani, nelle rare occasioni in cui si incontravano ragazzi e fanciulle (Durante un pellegrinaggio, nei banchetti nuziali, nelle feste da ballo, ecc.). La composizione del gruppo condizionava le scelte tematiche e dei generi. Però, la scelta del registro novellistico non era rigorosamente dettata dal momento o dal sesso dei componenti del gruppo o dall'età dei fruitori presenti. Infatti, una volta mi è capitato di ascoltare un gruppo di devoti al ritorno dal pellegrinaggio a un Santuario: raccontavano in presenza di donne, che si schernivano, racconti popolari venati di erotismo.
Le occasioni collettive del narrare vanno distinte in diverse fasce corrispondenti alle categorie di persone di cui era composta il gruppo:
a. contesti in cui erano presenti i soli uomini;
b. contesti in cui erano presenti le sole donne;
c. contesti in cui erano presenti sia gli uni sia le altre;
d. altri contesti in cui erano presenti altre categorie di persone: i chierici nei seminari; i militari nelle caserme; le studentesse nei collegi religiosi, ecc.
1. Contesti narrativi in cui erano presenti solo gli uomini
I racconti costituivano il passatempo abituale dei frequentatori delle botteghe dei calzolai e dei sarti o delle tante osterie o locande sparse nei paesi, dove gli uomini trascorrevano le loro serate, soprattutto d'inverno. Vi erano poi tanti contesti al di fuori del muro di cinta del proprio paese. Essi erano occasioni di scambi culturali tra narratori di aree molto distanti: dalle taverne (in cui alloggiavano per un sola notte i viaggiatori, che viaggiavano a piedi o su carri o a dorso d'asino), ai pagliai, che era la dimora provvisoria per i lavoratori stagionali, come i mietitori (i quali, falce in pugno, prestavano la loro opera nei mesi di giugno (in pianura, come in Puglia) e di luglio (nelle zone collinari interne).
a. Nelle botteghe degli artigiani
Sti cunti r'aggiu mparatu int'a la putéa r' lu mastu. Ng'era nu zappatoru ca ne sapìa nu saccu. Tannu iu era arzònu e e facìa lu cuoddu luongu p'aspettà ca menìa.
Quante storielle ho imparato nella bottega del mio mastro calzolaio! Uno in particolare me ne ricordo, un contadino che veniva spesso a farci compagnia: quante ne conosceva e come sapeva raccontarle! Allora ero garzone, e allungavo il collo per guardare la strada, nella speranza che venisse (Felice P., calzolaio settantenne)
b. Nei pagliai o nelle baracche
Passava ogn'annu unu c'accuglìa uòmmeni p' mmete a la Puglia. Ddà rumaniemme p' nu mesu. A la sera, roppu mangiatu pen'e cipodda, pigliamme n' picca r' friscu nnanz'a lu pagliaru. Quanta cunti mparai! Si cuntàvene puru cunti accussì, e ngi passava la fantasia. Ngi mancava la femmena. Na vota capetavu int'a la paranza na femmena vascia e fatt'a cipponu, nu mscaulonuu. Cuglìa re spighe a rret'a nnui. Fateàva e cantava. Na nottu la jett'a truvà. Mannaggia a mme e quannu ngi jetti! Meiezz'a re ccosce quedda tenìa certe zétele toste comm'a quedde r' na scrofa. Me lu trapazzàvu tantu ca quannu pisciava me bruciava p' sei juorni.
Passava ogni anno un “caporale” che radunava falciatori. In Puglia si restava per un mese. La sera, dopo aver mangiato un boccone di pane e cipolla, prendevamo il fresco davanti al pagliaio. Quanti storielle imparai. Si raccontavano per lo più racconti spinti: così ci passava la fantasia. Ci mancava la femmina. Una volta capitò nella nostra “paranza” una donna bassa e tarchiata, dai lineamenti maschili. Lavorava cantava. La notte andai a farle visita. Mannaggia a me e a quando ci andai! Quella tra le gambe teneva delle setole dure come quelle di una spazzola: me lo strapazzò al punto che quando orinavo per giorni sentii bruciore. (Aniello N., contadino ottantenne)
c. Negli alloggi provvisori delle bande musicali itineranti
Le bande musicali per la formazione eterogenea rendevano facile lo scambio del bagaglio novellistico:
P' vint'anni so' statu in'ta la banda r' lu paesu miu. Ngi chiamàvene int'a li paesi r' foru, puru ra luntanu. Cammenànne a la ppèra se passava lu timepu cuntanne storie r' femmene. Foru paesu te sent'vi cchiù llibberu. A la nottu rurmiémme ngimm'a nu saccu r' paglia int'a nu mahazzèu. Na vita ra zìngheri. Ngi pigliàvene p' pezzienti. Re mamma malereciévene re ffiglie ca vuliévene spusà a nu musucantu…
Per venti anni ho fatto parte della banda musicale del mio paese. Ci chiamavano anche da paesi lontani. Lungo la strada ingannavamo il tempo raccontando fatterelli licenziosi. Sai, fuori dal paese ci si sentiva più liberi. La notte si dormiva su un mucchio di paglia in qualche sottano. Una vita da zingari. Ci prendevano per pezzenti. Le mamme maledicevano le figliole se volevano sposare un musicante. ( Giovanni B., ex musicante di sessantotto anni).
d. Nelle osterie
Pìccili o gruossi, p' nui uòmmeni tannu l'unicu sfiziu era la cantina, specie r' vienu. Cummu calava nottu, la cumpagnia se truvava atturon'a nu tavulu. Ognuno cacciava nu tuozzu r' panu e nu mùzzucu r' casu p'accumpagnà lu vinu. Se jucàva a padron'e sotta, Tra na jucata e l'ata se cuntavene cunti r' femmene. Quannu po' lu vin ungi ìa ncapu, partiévene li canti.
Giovani o vecchi, per noi uomini, un tempo il solo luogo di svago era l'osteria. Soprattutto d'inverno. Appena calavano le prime ombre, ci ritrovavamo a gruppi, attorno a un tavolo. Ognuno tirava fuori dalla tasca un tozzo di pane e un pezzettino di cacio per accompagnare il vino. Si giocava alla passatella. Tra una passata di carte e l'altra si raccontavano storielle piccanti. Poi, quando il vino ci saliva alla testa, partivano i canti. ( Salvatore V., operaio di settantasette anni).
2. Contesti narrativi in cui erano presenti solo le donne
Non pochi i contesti narrativi in cui erano presenti soltanto le donne, che si mostravano in possesso di un più vasto e vario patrimonio narrativo, costituito per lo più da storie erotiche. Ecco i più importanti:
a. Nell'attesa del parto
Nelle lunghe ore dell'attesa del parto i racconti più ricorrenti erano quelli di intonazione erotica: Il parto, dunque, è uno dei casi in cui si manifestavano meglio i narratori dell'altro sesso. A quei tempo si partoriva in casa, e in camera c'erano solo donne (rigorosamente: la madre della partoriente, la suocera, la prima cognata, la levatrice). Ecco la testimonianza di Giulia, ultraottantenne:
Certi cunti r'aggiu sentutu mente figliàva. Ng'erene socrema e mamma: che scuornu! Iu me cummigliai nnanti. Iu stia cu li ruluri e quedde ririévene e pazziàvene, cuntanne cunti. Tannu se figliava ncasa cu la mammana. E quasi sempu ngi ì abbona, pecché puru la Maronna ngi mettìa la manu.
Alcuni racconti li ho sentiti durante la veglia in attesa che io partorissi; c'erano anche mia madre e mia suocera: che vergogna! Ma io mi coprii davanti. Io stavo sul letto con le doglie e quelle ridevano e scherzavano, raccontandosi storielle. Allora tutte partorivamo in casa con la mammana, la levatrice casalinga. E quasi sempre ci andava bene: forse perché anche la Madonna ci metteva la sua mano!
b. Al lavatoio
Il lavatoio era un altro punto di incontro delle donne. E lì, per passare il tempo e per dimenticare la fatica si narravano storie di vario genere, ma soprattutto novelle erotiche:
Cunti accussì nui femmene re cuntàveme a lu lavatùru. A sei o sett'anni ìa già a lu lavaturu cu na zia. A mme me riévene maccaturi e tovaglioli. Iu tenìa re gruecchi pésele p' ssente quedde ca riciévene. Na vota na femmena stia cuntanne nu cuntu spuorcu, quantu na vota na vicina li feci segnu: “Ng'è n'anema nnucente!” Ma quedda cuntinuavu:”E' pìccila, nun capisce!”. Iu, nveci, capìa eccomu, puru si loru parlàvene ngeèrminu!
Storielle come queste noi donne ce le raccontavamo al lavatoio. Già a sei o sette anni, seguendo una zia, io andavo al lavatoio. A me davano da lavare fazzoletti e tovaglioli. Io tenevo le orecchie tese per ascoltare i loro discorsi e i loro racconti. Una volta una donna stava narrando uno di questi “conti sporchi”, quando ricevette un colpo di gomito dalla comare che le stava accanto: “C'è un'anima innocente” le disse accennando a me. Ma quella continuò, giustificandosi così: “E' piccola, non capisce!”. Invece capivo, eccome, anche se nel narrare ricorrevano ai doppi sensi . (G. Ciletti, casalinga ottantenne)
c. In occasione del bucato della sposa
Altra occasione di narrazioni orali era la giornata dedicata al bucato del corredo della sposa, che veniva lavato al ruscello e poi steso ad asciugare sui cespugli. Nell'attesa, si mangiava e si raccontava. E anche in questa occasione le storie erano quelle di intonazione erotica. Si partiva da battute verso la zita, si passava alle allusioni alla prima notte, poi ognuno narrava le proprie esperienze, fino a che, mano a mano che l'allegria aumentava e il vino correva nei bicchieri, si raccontavano veri e propri racconti erotici. Ecco alcuni squarci di narrazioni legate al momento:
Accussì na vota se mannava l'ammasciata a la nnammurata. Lu uaglionu pigliava nu cippu e lu ngannaccava cu zagaredde culurate. Quannu s'era fattu nottu e tutti s'èrene jut'a curcà, luì a a mmette int'a lu purtusu r' la porta r' la uagliotta. A la matina la mamma, cummu verìa lu cippu, assìa miezz'a la via e alluccàva: “Chi è nceppunut'a figlima?” Allora assìa lu nnammuratu: “So' statu iu!” Si la femmena se terava intu lu cippu, vulìa rici ca azzettàva. Si, nveci, ittàva lu cippu miezz'a la via, arrifiutava lu partitu. E lòu uaglionu se turnav'a ppiglià lu cippu ncuoddu e se lu purtava n'ata vota a la casa.
Ecco come un tempo si chiedeva la mano di una ragazza. L'innamorato prendeva nella sua legnaia un ceppo e lo infiocchettava con nastri colorati. Aspettava notte fonda e, quando tutti erano a letto, andava a metterlo nel buco della porta della sua amata, nella gattaiola. La mattina presto, la madre della ragazza, come si alzava e vedeva il ceppo, usciva in mezzo alla via e si guardava intorno. Al suo grido: “Chi ha messo il ceppo a mia figlia?”, usciva il pretendente: “Sono stato io!”. Se la donna si tirava in casa il ceppo, era segno che accettava il giovane; se, invece, lo gettava in strada, rifiutava il partito. Al giovane allora non rimaneva altro che ricaricarselo sulle spalle e riportarlo a casa. (Filomena P., contadina settantacinquenne).
3. Contesti narrativi in cui erano presenti sia gli uni che le altre.
Le riunioni di gruppo un tempo avvenivano per legami generazionali. La ragazza cercava le altre ragazze, l'anziano gli altri anziani, l'adolescente gli altri adolescenti; e, una volta sposato, il giovane andava a far parte dell'altro gruppo. Però, in determinate occasioni era tollerata una certa promiscuità: i banchetti nuziali, le veglie funebri, i pellegrinaggi ai santuari, ecc. I gruppi compositi risultano più interessanti. Le donne, in questi gruppi misti, erano un indubbio richiamo per le veglie narrative o per i contesti lavorativi, per la loro capacità di vivacizzare l'atmosfera. Indubbiamente la loro presenza rendeva più piacevole la compagnia e allungava i tempi del narrare. Anzi, le più brave a dire i racconti erotici erano appunto le donne, che prima si schernivano, ma poi, una volta cominciata la narrazione, raccontavano sicure e spedite nel linguaggio, senza alcuna esitazione.
La trebbiatura
I contadino si aiutavano tra loro nel lavori (raramente si ricorreva all'opera di lavoratori a giornata); e la sera, dopo la fatica, si improvvisava una grande tavolata, a cui immancabilmente seguivano canti, balli, e ancora racconti . In tali occasioni i giovani stuzzicavano le ragazze con brevi racconti in cui non mancavano le allusioni al sesso.
Quando era il tempo, prendevo la mia falce e mi avviavo a piedi alla volta della masseria di un mio compare che aveva un esteso podere. Dopo aver mietuto, si raccoglievano i covoni sull'aia. Mentre un anziano guidava una coppia di mucche in giro per trebbiare, noi più giovani facevamo corona al fresco e raccontavamo. In occasioni come questa noi maschi, per creare imbarazzo alle ragazze, rivolgevamo al loro indirizzo battute piccanti. E le ragazze fingevano una certa ritrosia. ( Antonio V., ex manovale ottantacinquenne)
La scartocciatura del granturco
In agosto, toccava a noi ragazze o ragazzi scartocciare le pannocchie. Seduti attorno al mucchio di granturco, mentre si lavorava, si dicevano ”conti”. Spesso si faceva pure un gioco: la ragazza cui capitava la pannocchia con i chicchi neri doveva pagare come pegno un bacio a tutti quelli seduti in giro. Una volta invitammo un giovane prete che si trovava a passare di là. E lui venne, si sedette e per passare il tempo prese a scartocciare una pannocchia sotto lo sguardo divertito di noi ragazze maliziose. E capitò quello che tutte noi speravamo: i chicci di quella pannocchia erano neri! Allora io gridai: “Devi pagare il pegno, devi baciare tutte!” Il prete ci rispose con un sorriso: “Bè, io muto il pegno. Vi racconterò una storia!” (Grazia B., casalinga novantenne).
Il banchetto nuziale
Il banchetto durava fino a tarda sera: si alternavano le strofette, le battute allusive; in quialche gruppetto si raccontavano anche storie erotiche che rievocavano la prima notte. Poi, toccava al compare portare la serenata agli sposi con l'aiuto di un fisarmonicista e di un invitato che aveva la voce buona. Anche in questa occasione i canti erano d'amore. Ma si preferivano quelli attinenti alla prima notte di matrimonio. (Pasquale P., ex garzone di greggi, ottantenne)
La veglia funebre
Calato il sole e radunatisi tutti in una stanza, i parenti lasciavano il morto chiuso in una camera (per consentire, si credeva, alle anime dei morti di venire a prelevare e a guidare nell'aldilà l'anima del defunto). I familiari si mettevano a tavola per consumare il “consolo”, che veniva offerto dai vicini. Durante il pasto si ricordavano episodi di vita del defunto. Il lamento funebre, sarebbe ripreso, poi, l'indomani al levare del sole. Dopo i funerali, i familiari si raccoglievano di nuovo in casa per ricevere la visita di amici e conoscenti. Al tramonto il portone di casa veniva chiuso. E si consumava la cena funebre. E' in tale occasione che si scaricava la tensione accumulata, narrando anche storielle comiche. Non mancavano quelle erotiche. (Salvatore G. emigrante).
4. Contesti narrativi non canonici.
Ai contesti collettivi rituali se ne aggiungevano tanti altri occasionali, nei quali la narrazione era un'attività casuale, marginale. Comunque complementare. In queste occasioni erano presenti altre categorie di persone: i chierici nel seminario; gli studenti nei collegi; i militari nelle caserme, ecc.
Nei collegi maschili o femminili; nei seminari religiosi.
In seminario la sera, spenta la luce nella camerata - si andava a letto un'ora dopo il tramonto -, passavamo il tempo a raccontarci storie. Le più frequenti erano quelle di contenuto erotico”. (Un sacerdote sessantenne dell'Alta Irpinia).
Sono stato nel seminario negli anni settanta. Il seminario non era più quello di una volta Godevano di una certa libertà. I racconti erotici e le barzellette spinte ce le raccontavamo in ogni momento. La domenica nella chiesa del seminario venivano a sentire messa anche le novizie di un vicino monastero. Gli occhi di noi seminaristi erano appuntati dal primo all'ultimo minuto sui loro volti. E le novizie furtivamente rispondevano alle nostre occhiate. Al rientro, eccitati, ci scambiavamo le nostre impresisoni. (Un ex seminarista).
Nelle caserme militari.
Il servizio militare consentiva ai giovani, che non avevano mai messo piede fuori dal loro paese, di convivere con coetanei di altre regioni, che parlavano e agivano diversamente. In tale occasione entravano in contatto patrimoni narrativi appartenenti a aree diverse. Era materiale che passava di bocca in bocca e subiva naturalmente significative alterazioni.
Alcuni canti e diverse storie d'amore li ho sentiti dai nostri soldati che tornavano da sotto le armi.
Erano storie del tutto nuove e assai diverse dalle nostre. Io subito le memorizzavo, e dopo averle modificate, le raccontavo alla prima occasione. Nessuno si accorgeva della loro provenienza.
(Addolorata F., operaia sessantenne).
In occasione delle fiere
Nelle fiere a scadenza annuale e nei mercati settimanali c'era la possibilità di fare nuovi incontri. Ma era anche la presenza dei cantastorie che catturava l'attenzione dei contadini, i quali imparavano le storie fantastiche di eroi popolari e le raccontavano poi in paese, meravigliando i paesani. I cantastorie avevano nel loro repertorio anche storie di amori tragici, di stupri e di adulteri.
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I racconti sono tratti dal volume:
Aniello Russo, Novelle erotiche e raccont, Avellino 2006, euro 10/00