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LEGGENDE RELIGIOSE |
Indice
Leggende di Gesù
1 Gesù e il fascio di fiori
2 L'albero di ulivo
3 La cicoria della Madonna
4 Le croci di Gesù
5 La zingara
6 Il garzone di Cristo
7 La moglie del contadino
8 Gesù, S. Pietro e il bestemmiatore
9 Gesù, S. Pietro e la Morte
10 La vedova
11 Gesù e i due trascinati dalla corrente
12 Il peccato del soldato
13 Il castellano
14 Le due facce di S. Matteo
15 I due pastori
16 Lo storpio della taverna
17 Il latte dell'Ascensione
18 Il racconto di Cinquespingi
19 Gesù mietitore
20 I ladri galantuomini
21 Le due coppie di sposi
22 I rognoni d'agnello
23 La storia del prosciutto
24 La signora scortese e la donna caritatevole
25 Gesù e il vecchio
26 L'Apostolo Giuda
27 Le pietre di San Pietro
28 Il sacerdote indegno
29 La croce di S. Pietro
30 La Madonna e la buona massaia
31 La Passione di Cristo
32 Il gallo e le guardie del sepolcro di Cristo
33 L'uomo chiamato Miseria
Leggende di San Pietro
S. Pietro, osservatore di Cristo
35 La madre di S. Pietro
36 Le sorelle di S. Pietro
37 S. Pietro e il povero
38 Il cane randagio e il grano
Leggende della Madonna
39 Il miracolo della neve
40 La Madonna del Caroseno
41 Il tesoro della basilica
42 La Madonna del Soccorso e il demonio
43 La carabina del brigante
44 La lettera della Madonna di Montevergine
45 La Madonna del faggio
46 Il ritrovamento dell'immagine della Vergine
Leggende di Santi
47 Santa Genoveffa e la cerva
48 S. Giuliano e la profezia delle zingare
49 S. Felice e la ragnatela
50 S. Antonio Abate e il porcellino
51 Il martirio di S. Felicita
52 S. Ottone e lo sparviero
53 Giovedì partì la Madonna
54 Il predicatore e Gesù in croce
55 S. Giorgio e il drago
56 S. Marina, frate cappuccino
57 Il cavaliere e S. Caterina
58 S. Liberatore soccorre una ragazza aggredita
S. Bernardino e la vecchietta
Il dito di S. Canio
S. Filippo e il miracolo del vino
S. Antonio da Padova scagiona il padre
63 La sorgente di S. Marciano
64 Il martirio di S. Vito
65 La notte di S. Giovanni
66. La maledizione del Papa
67 S. Guglielmo, pellegrino a Montevergine
68 S. Pellegrino e la locandiera
69 La sordomuta e la Madonna delle Grazie
70 S. Alessio, il cavaliere di Cristo
71 Il viaggio del corpo Santo di Filomena
72 Le tentazioni di S. Elia
S. Eùplo, infante pellegrino
74 Le disavventure di un devoto di S. Giacomo
75 Il marchio della Croce di S. Rocco
76 S. Elena e il caporale
77 Le reliquie di S. Bartolomeo
78 La Madonna che non si sa
La scoperta della statua di S. Michele
80 S. Francesco confessa una defunta
81 S. Gerardo, frate portinaio
82 La botte di S. Martino
83 Santa Barbara e il padre fattucchiere
84 S. Nicola e l'oste
85 Il martirio di S. Lucia
86 S. Aniello e la donna incinta
87 La visita della Madre di Gesù
88 La nascita di S. Stefano
89 S. Silvestro sul Partenio
Storie di paura
Il principe e la Morte
91 La locanda dell'oste maledetto
La taverna del demonio
Mammasanta
94 IL bambino della Pollentina
95 La bambina della Cupa
Leggende amene
96 Il paese dei pazzi
97 Frate Illuminato
98 L'uomo che conosceva il linguaggio degli animali
99 L'Angelo e il malato
100 I tre Santi podisti
101 Le elezioni in Paradiso
Informatori e repertori
Nota dell'autore
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6. Il garzone di Cristo |
Divenuto adulto, Gesù andò a vivere da solo. Aveva una vigna e con quella campava. Una volta bussò al suo cascinale un giovane che cercava lavoro.
- Io ti prendo come garzone – gli disse Gesù -, ma a una condizione: che ti faccia i fatti tuoi, qualunque cosa tu veda, qualunque cosa tu senta. -
Il giorno appresso il garzone comincia il suo lavoro. Quando il sole è alto arriva una vecchia nel campo e si arrampica su un fico. Il garzone la lascia fare, ma la osserva e si accorge che sceglie e porta alla bocca i fichi più piccoli e acerbi, scartando quelli grossi e maturi.
- Che fai, zia cara? Ci sono tanti fichi belli maturi, e tu ti cogli quelli duri, che cacciano ancora il latte?
La sera si ritirò nella masseria, dove Gesù lo aspettava:
- Racconta che cosa hai fatto oggi. -
- Gesù, m'è succiésu nu scàmpulu, accussì e accussì…
- E tu che le hai detto? -
- Le ho detto: “Bella femmina, perché invece non cogli i fichi maturi? “-
- Mi avevi giurato di non immischiarti nei fatti degli altri… -
- Be', è vero! Da domani mi coprirò gli occhi.
Il giorno dopo, il garzone lavorava nella stalla, quando vide una scrofa grassa e grossa distesa sull'aia. Dodici porcellini, deboli e macilenti, si affannavano a portare davanti alla madre, rotolandole, delle grosse zucche. La scrofa mangiava e mangiava, e non si saziava mai. Pensò il garzone: “Invece di mangiarsele loro che sono tanto denutriti!” Stette a guardare per un poco, fino a che non ne poté più e si precipitò a fermarli. Più tardi venne il padrone:
- Oggi che mi racconti? -
- Gesù mio, tutte le cose strane capitano qui: ho visto dei porcellini magri che portavano da mangiare a una scrofa grassa da scoppiare… Tieni e tieni, alla fine sono corso a sgridarli. -
- Ma come, hai ancora ficcato il tuo naso nei fatti che non ti riguardano? -
- Eh sì, hai ragione! Oltre a coprirmi gli occhi, mi turerò anche le orecchie. -
Passò del tempo, e una volta vennero nella vigna del Signore i muratori per costruire un deposito. Dopo aver alzato le pareti, dovevano mettere il solaio. Mentre zappava il garzone alzò gli occhi e vide i muratori che volevano infilare di traverso le travi nel muro, anziché di punta. Gli vennero a mente le parole di Cristo e tacque. Si trattenne, si trattenne, ma poi lasciò tutto come si trovava, e corse là:
- Quanto siete incapaci! Le travi vanno ficcate così… - e mostrò come.
Prima che calasse il sole venne Gesù:
- Che lavoro hai fatto oggi?
Il giovane gli riferì tutto quanto aveva fatto nella giornata e Gesù sembrava soddisfatto. Alla fine esclamò:
- Padrone mio, oggi mi è capitata un'altra stranezza: ho visto i muratori che volevano infilare le travi di piatto…
- E tu? -
- Io gli ho insegnato come andava fatto.
- Ah, garzone mio, tu ancora non hai capito come va il mondo? -
- E come va, padrone? -
- La vecchia sull'albero di fico è la Morte, che i giovani si prende e i vecchi no. -
- E la scrofa grassa con i porcellini magri?
- I porcellini siete voi garzoni, che portate ai padroni il meglio del raccolto: e mentre quelli ingrassano, voi morite di fame.
- E i muratori?
- Quelli? Quelli sono la giustizia, che non fa mai una cosa dritta!
9. Gesù, S. Pietro e la Morte
Durante i loro viaggi per il mondo, una volta, Gesù e S. Pietro incontrarono la Morte e fecero un pezzo di strada insieme. Arrivati che furono su un altopiano, colti dalla fame, si guardarono intorno in cerca di un casolare, ma non vedevano che pascoli e attorno solo la cerchia dei monti coperti da boschi. Ai limiti della valle c'era un recinto di pecore, e si diressero da quella parte.
- Ho una fame che inghiottirei un agnellino intero con tutte le ossa! – esclamò S. Pietro – Ora vado a chiederlo al padrone.
E allungò il passo. Quando fu accanto al recinto, venne fuori da un pagliaio il guardiano dello stazzo.
- Buon uomo, mi dai un agnellino? –
- Chi sei? – gli chiese il garzone, piantandogli due occhi sul viso.
- Sono S. Pietro – rispose con baldanza l'apostolo.
- Ah! – esclamò l'altro – sei tu S. Pietro? Tu tieni ru chiavu ri lu Paradisu ? Io proprio te cercavo!
S. Pietro si rabbuiò:
- E perché?
- Perché tu non fai le cose giuste: chi fai entrare e chi no in Paradiso! E ora per questo l'agnellino non l'avrai.
S. Pietro si strinse nelle spalle e tornò tutto avvilito dai compagni.
- Non ha voluto darmelo… è convinto che io in Paradiso non faccia le cose giuste.
- Be', ora vado io. – disse Gesù. Una volta davanti allo stazzo:
- Buon uomo, abbiamo fame: ci fai la carità di un po' di carne d'agnello?
- E tu chi sei?
- Come chi sono? Sono Gesù Cristo.
- Ah, bene! Sei tu allora il figliolo di Dio, che ha creato il padrone e il garzone, il sano e l'ammalato, il furbo e lo scemo… e ora osi pure venire a chiedermi qualcosa? E allora dimmi: perché c'è chi si affatica per guadagnarsi un tozzo di pane, e altri vivono da signori senza alzare un dito? E perché i disonesti si arricchiscono, mentre gli onesti vivono in miseria?
E Gesù gli rispose:
- Preoccupati piuttosto per l'anima tua. Queste non sono cose che competono a te!
- Allora l'agnello non lo avrai!
E così anche Gesù se ne tornò a mani vuote. Quando raggiunse gli altri, scrollò il capo tutto mortificato. Allora intervenne la Morte:
- A voi non ha voluto dare nulla, ma a me lo darà l'agnello, vedrete.
- Prova pure tu. – fecero S. Pietro e Gesù a una voce.
Va la Morte e al garzone chiede la stessa cosa.
- E mo' tu chi sei?
- Sono la Morte e voglio un agnello! – risponde quella con voce tenebrosa.
- Ah, sei tu la Morte? Va bene, a te sì che lo do l'agnello, perché tu sei l'unica a essere giusta con tutti: tu ti porti via il povero, ma ti porti via anche il ricco… - di colpo si interrompe, esita un poco e finalmente aggiunge - L'agnello te lo do…a un patto.
- Che patto?
- Mi devi lasciar vivere più a lungo degli altri.
- Non sia mai! – dice risoluta la Morte – tu stesso l'hai detto: io devo essere giusta con tutti. Io di nessuno ho riguardo: mi prendo il padrone come il garzone… davanti a me non ci sono sovrani o potenti che tengano, lo dovresti sapere.
- E allora non ti darò l'agnello!
La Morte ci resta male e immagina la figura che farebbe tornando anche lei con una mano dietro e l'altra sul capo. Ci pensa su un poco e poi riprende:
- Facciamo così: tu mi dai l'agnello e io ti lascio vivere fino al giorno in cui non mangerai più. Ma tu, mi raccomando, mangia sempre, perché nello stesso momento in cui ti sarà passato l'appetito, io sarò qui per prenderti.
Il garzone piglia dal gregge l'agnello più bello e lo consegna alla Morte, che dimostra così agli altri due di essere stata più astuta. Prestando fede alle parole della Morte, da quel giorno il garzone cominciò a mangiare, a mangiare fino a che il grasso gli arrivò al cuore e gli si chiuse lo stomaco. Giunto il suo ultimo giorno, vide presentarsi la Morte.
- Mi hai ingannato! Mi avevi detto: “Mangia, mangia!”, e invece… – le disse con un filo di voce.
- Dovevi saperlo, amico mio, che la Morte è femmina e che ne sa una più del diavolo.
E fu così che pure con il garzone astuto la Morte fece le cose giuste.
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15. I due pastori |
Un giorno Gesù e gli apostoli capitarono in un altro paese isolato tra i nostri monti. La strada per arrivare fin lassù aveva messo in tutti una gran fame, sicché, appena scorsero un casolare, si diressero da quella parte. Trovarono un pastore che stava lavorando il latte.
- Ohé, buon uomo, vuoi darci un poco di ricotta? – disse Gesù.
Il padrone, senza neppure levare il capo:
La ricotta non è cotta!
- Facci almeno la carità di un pezzetto di formaggio. –
Ma il pastore borbottò:
La ricotta non è cotta
e il formaggio non si dà in assaggio!
- Be', ci accontentiamo anche di un sorso di siero.
Il padrone riattaccò con tono duro:
La ricotta non è cotta,
il formaggio non si dà in assaggio,
il siero è per i cani:
andate a lavorare, paesani!
Gesù non batté ciglio, gettò solo una torva occhiata sul calderone di latte bollente e poi, senza salutare, ripigliò a camminare. Più avanti, in un pianoro, scorse sotto una tettoia di frasche, un altro pastore, anche lui intento alla lavorazione della ricotta. Il pastore li chiamò tutti: - Su, venite. Quando è tempo di vendemmia, si mangia l'uva; quando si ammazza il maiale, si mangia la carne; quando è tempo di castagne si mangiano le lesse… quando il latte quaglia, si mangia la ricotta.
Gesù e gli apostoli si accostarono e si sedettero sul prato, mentre il padrone porgeva a ognuno una ciotola colma di ricotta. Quando si furono saziati, ringraziarono il pastore, il quale, prima che andassero via li invitò ancora: - Prendetene dell'altra e portatela con voi: lungo la strada vi coglierà di nuovo fame.
- Assatìddo crésci, assatìddo crésci ! – augurò Gesù. E manco finì di dire così, che il calderone tornò a riempirsi fino all'orlo.
Il padrone fece ricotta e cacio quanto mai: anche i cani ne ebbero e si saziarono. Il primo pastore, intanto, lasciato il suo casolare, era venuto da quest'altro: - Tutto il latte, oggi, mi è andato a male. E non capisco come sia successo. Ho il sospetto che mi abbia gettato il malocchio uno straniero che se ne andava in giro con altri undici strani tipi.
- Ah sì! Sono passati anche di qua. Non possono essere stati loro: vedi quanto bene mi hanno lasciato - e gli mostrò le fiscelle ricolme.
- Com'è stato? Racconta.
- Io l'ho sfamato, con tutti i suoi compagni, e lui levando il braccio ha benedetto il latte dicendo: “Dio, fa' che cresca!”, e da pochi litri di latte è venuto fuori tutta questa grazia di Dio.
- Ora gli corro dietro. Deve farlo anche a me.
Si fece indicare la strada che aveva preso Gesù, e in breve lo raggiunse: - Ohé, - gli disse – perché a lui sì e a me no? Ora che torno a casa, fa' che cresca anche il mio.
Gesù lo ascoltò paziente.
- Sai che devi fare, allora? – gli suggerì – Ora che torni a casa, siediti sull'orlo del calderone e ripeti tre volte: “Fa' che cresca!”…e vedrai.
Il pastore lasciò Gesù e, raggiunto di corsa il suo casolare, pose sul treppiede il calderone vuoto. Poi si sedette sul bordo. Come ebbe detto tre volte “Gesù, fa' che cresca!”, fu preso da un improvviso bisogno di cacare. E cacò tanto che, riempito il calderone, la merda cominciò a traboccare, imbrattando il pavimento sino a che, superata la soglia di casa, prese a scorrere lungo la mulattiera che portava al paese…
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44. La lettera della Madonna di Montevergine |
In uno dei piccoli paesi dell'Irpinia c'era, un tempo, un giovane che viveva la sua vita nel timore di Dio. Ma capita, a volte, che i guai cadono addosso proprio a chi non lo merita. Un giorno, questo giovane, - chiamiamolo Mario - di ritorno da un viaggio, camminava per i fatti suoi lungo una strada, quando, dietro a una curva, si trovò all'improvviso dinanzi un uomo steso per terra. Avvicinatosi si chinò per soccorrerlo, ma il poveretto era già spirato. Alcuni passanti, vedendolo da lontano piegato sul corpo, sospettarono di lui e lo denunziarono alla polizia che subito lo arrestò. Trascorse un anno e venne il giorno della causa. L'accusato si mise in mano alla Madonna, ma le prove erano tutte contro di lui.
- Dimmi, mio buon giovane, - gli chiese il giudice - chi è il tuo avvocato?
- Teng'a Mamma e' Muntevergine, essa sape ca so' nnucènte.
Quando però vide che le cose si mettevano male, la pregò con il cuore in mano:
- Mamma Schiavona, tu conosci tutta la mia vita, eppure vi sono dodici testimoni che giurano il falso: illumina tu la loro mente e dai lume anche al giudice. Se no, concedimi almeno la forza di abbracciare con coraggio la morte e di salvare l'anima mia.
E la Madonna intervenne miracolosamente. Levatosi in piedi, il giudice stava allora per pronunziare la condanna a morte, quando dal cielo piovve un foglio che, dopo aver volteggiato in aria, lentamente andò a posarsi proprio dinanzi a lui. Incuriosito interruppe la lettura della sentenza, prese il foglio e vi lesse quanto vi era su scritto: le lettere erano tracciate a caratteri d'oro e scagionavano Mario dall'accusa di omicidio. Il giudice leggeva e nello stesso tempo piangeva per la sorte di quel giovane sfortunato. Alla fine disse:
- Questo imputato ha la coscienza pulita, mettetelo in libertà.
Poi rivolto all'innocente, che si era mostrato sempre tranquillo e fiducioso:
- Dimmi: chi ti ha dato la forza di sopportare l'infamia dell'accusa e di tollerare le pene del carcere?
Mario sorrise e sussurrò a fior di labbra:
- … la fede.
- La fede? E in chi?
- Signor giudice, – aggiunse Mario – fin da piccolo io ho sempre nutrito una grande devozione per la Madonna di Montevergine: per lei ogni sabato ho fatto il digiuno, per lei ogni anno vado sul Montagnone… e io sapevo che non mi avrebbe abbandonato.
Colpito da tanta devozione, anche il giudice da quel giorno divenne un fedele figlio di Mamma Schiavona.
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80. San Francesco confessa una defunta |
San Francesco, un giorno, viaggiava in queste contrade con i suoi discepoli. Giunto in uno dei nostri paesi, si fermò a una fontana. Non era solo, e invitò i discepoli, che avevano voluto seguirlo, a fermarsi: tutti tirarono fuori dalla bisaccia un tozzo di pane e lo bagnarono con l'acqua della fonte. Seduti là sul prato mangiavano il pane che sapeva di carne, di pesce, di vino, di tutto. Perché avevano il cuore in pace.
Pochi bocconi, e San Francesco fu subito sazio. Si levò e si portò sul crinale del monte. Di lassù gettò lo sguardo nella valle del Calore, e si inebriò alla vista di tanta bellezza che la natura aveva là profuso. Si gettò in ginocchio e ringraziò il Signore. Stava ancora raccolto in preghiera, quando giunse un uomo del posto, che si fermò poco lontano, timoroso di disturbarlo. Francesco lo notò con la coda dell'occhio e gli lesse nell'animo una grande angoscia.
- Francesco, - sussurrò l'uomo, e la sua voce giunse al Santo sulle ali del vento – aiùtemi, ca miglièrema me more …
Francesco si turbò e gli andò incontro:
- Allora dobbiamo affrettarci. Fammi strada, portami da lei.
Precedendo Francesco l'uomo si avviò a passo sostenuto. Giunti nella piazza dove egli abitava, all'improvviso si levarono grida di disperazione che provenivano dall'interno della casa. L'uomo sbiancò e corse su per le scale con il cuore in tumulto.
Poco dopo sopraggiunse anche Francesco. In lacrime l'uomo disse:
- Francesco, non abbiamo fatto in tempo. Vedi, si è spenta senza neppure aver ricevuto il conforto di Dio.
Francesco ebbe pietà di quell'uomo, ma di più temette per l'anima della moglie. Si accostò al letto, su cui la donna giaceva ormai priva di vita, e le gridò: - Su, svegliati.
E, come destandosi da un sonno profondo, la donna aprì gli occhi e si guardò attorno stupita. Francesco allontanò tutti dalla stanza, la confessò e le diede l'assoluzione. Solo quando ebbe ricevuto la benedizione la donna richiuse gli occhi e lasciò per sempre questa terra. Però aveva salvato la sua anima.
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81. San Gerardo, frate portinaio |
Gerardo aveva poco più di dieci anni quando andò via di casa e seguì due frati dell'ordine di S. Alfonso che si erano trovati per caso in paese. Li seguì e chiese di restare con loro in convento. Era troppo piccolo per prendere gli ordini ma, poiché gli altri frati subito lo presero in simpatia, se lo tennero con loro, affidandogli servizi di poco conto. Il suo comportamento, in verità, qualche volta lasciava a desiderare, e non sempre rispettava le regole imposte dall'ordine dei redentoristi; tuttavia con il tempo i frati si abituarono alle sue stranezze.
Un giorno, ind'a lu coru r' la vernata, il padre guardiano era andato in un paese vicino per fare una predica in onore del Patrono. Sulla via del rientro - era ventunora, e aveva ancora tre ore di luce davanti -, a metà del cammino fu sorpreso dalla pioggia, sicché solo a ventiquattrore, all'ora del vespro, arrivò bagnato fradicio al convento. Suonò al portone, ma nessuno gli venne ad aprire.
Gerardo era nella cella accanto al portone d'ingresso e stava raccolto in preghiera. Era così preso dalle sue orazioni che non sentiva la campanella suonare. Solo al termine del rosario Gerardo si levò e andò ad aprire. Trovò il padre guardiano visibilmente contrariato.
- Benedetto figliolo, quando tu senti la campanella, dovunque ti trovi, lascia tutto e corri ad aprire.
Qualche giorno dopo, mentre stava in cantina e riempiva la brocca di vino per la mensa dei confratelli, Gerardo sentì bussare al portone. Balzò in piedi e, così come si trovava con lo zipolo in una mano e la brocca nell'altra, mise le ali ai piedi e volò ad aprire. Era di nuovo il priore il quale, nel vedere lo zipolo nelle mani di Gerardo, esclamò:
- Uh! e ora che hai combinato? Il vino si sarà versato tutto a terra… - e corse difilato in cantina, ciabattando per le scale, mentre Gerardo se ne veniva senza affanno.
Giunto in cantina il priore restò senza parola nel vedere il pavimento asciutto e una grossa goccia di vino ferma alla bocca della spina. Come Gerardo mise di nuovo la brocca sotto la botte, la goccia si sciolse e riprese il getto del vino. Riempita la brocca sotto lo sguardo attonito del priore, Gerardo tappò di nuovo la botte e, come se nulla fosse stato, tutto raggiante portò a mensa la brocca spumeggiante di vino rosso.
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86. S. Aniello e la donna incinta
Glielo aveva detto la suocera: - Non venire mai meno a un voto, soprattutto se fatto a S. Aniello!
Di S. Aniello aveva timore anche la sorella, Santa Lucia, la quale ripeteva a tutti sempre lo stesso consiglio:
- Io non tollero che nel giorno della mia festa si tocchi la zappa o la scopa, ma chiudo un occhio se si lavora di ago o di uncino. Mio fratello, invece, neppure questo sop- porta. Di me fidatevi pure, ma di mio fratello Aniello, no!
La nuora era incinta per la prima volta e portava bene avanti la gravidanza. Pur continuando ad accudire alla casa e a lavorare nei campi, badava a dove metteva i piedi, non si affaticava troppo, mangiava più del solito perché ora doveva nutrire anche la creatura che portava in grembo.
Non trascurava neppure di sentirsi la messa. Si era raccomandata a tutti i Santi perché il figlio nascesse bello e sano. Era ormai entrata nel conto dell'ultimo mese, e pareva che il piccolo volesse nascere proprio la notte di Natale.
Nel giorno di Santa Lucia si recò a messa, e seguì la funzione devotamente; in cuor suo promise di mettere alla piccola il nome della Santa del giorno, se il Padreterno le avesse concesso che nascesse femmina.
- Mia suocera capirà, se la nipotina non porterà il suo nome.
La mattina appresso, - era il quattordici di dicembre, giorno dedicato a S. Aniello - la donna si levò presto, come tutte le mattine. La suocera era già sveglia e dalla camera le gettò la voce:
- Figlia mia, non dimenticare che oggi è S. Aniello. Va' a sentirti la messa, fallo per quella creatura. Se lo offendi, il Santo si vendica sulla creatura che hai in seno… poveretta, potrebbe nascere storpia.
La nuora, che già si era preparata per andare al mercato e aveva afferrato per le zampe cinque galline da portare a vendere, scrollando le spalle, rispose:
- Eh ssì, mo' si mette pure Sant'Aniellu! A quanta santi s'ha da rà cuntu?
E se ne andò chiudendo la porta alle spalle. Raggiunse il mercato con una certa fatica, ma riuscì a vendere presto le galline, sicché fece ritorno a casa prima di mez- zogiorno. Manco entrò in casa che cominciarono le doglie. La mammana arrivò in tempo a prendere la creatura. Passò il tempo e, allorché la piccola cominciò a dare i primi passi, la mamma con grande dolore si accorse che camminava con le gambe storte, proprio come una gallina.
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90. Il principe e la Morte |
Un giorno, mentre andava a caccia in un bosco, il figlio del Re incontrò una donna così sgraziata e ripugnante nell'aspetto che restò senza parole. Quando si fu ripreso, le chiese:
- Dimmi, buona donna, chi sei?
- Sono la Morte, e mi ha creato Dio.
- Ah, ah, sei tu la Morte? A chi vuoi fare paura?
- Sono proprio io. E nessuno finora è riuscito a sfuggirmi.
- Io non mi lascerò prendere da te: mi costruirò in mezzo al mare una torre con porte di ferro e mura d'argento, circondata dalle acque da ogni parte, e là dentro troverò rifugio, guardato notte e giorno da cento, mille sentinelle. – e con aria di sfida aggiunse – Poi, vieni, Morte, vieni!
La Morte che aveva ascoltato il principe con pazienza, sbottò:
Io so' la Morta, e Morta dispettosa:
traso pe' re mure senza fa' pertose!
Gli mostrò solo i denti, e questo bastò. Tornato a casa, il figlio del Re si sentì la febbre addosso e si mise a letto. Vennero tre medici a visitarlo:
- E' bene che ti confessi – disse il primo.
- Meglio se ti comunichi anche – fece il secondo.
- Preparati la bara, che hai già un piede nella fossa. – aggiunse il terzo.
La Morte, nel frattempo, stava a capo del letto, e aveva ascoltato tutto:
- Giovanotto tanto baldanzoso, dimmi ora: dov'è finito tutto il tuo coraggio?
Il principe, che non aveva più la forza di rimettersi in piedi, ribatté:
- Quando l'albero è caduto, tutti corrono con l'accetta. Non ho più nemmeno la forza di alzare un braccio…
Morte, ti chiedo solo un piccolo piacere:
lasciami vivere solo per questo mese!
Al diniego deciso della Morte, il principe le promise quante ricchezze aveva sparse in tutto il regno:
Morte, in cambio di tutto i miei tesori,
fammi campare ancora ventiquattr'ore.
Gli rispose la Morte:
Se accettassi di tutti quanti i soldi,
chi ci sarebbe più di me ricco al mondo?
Riprese il principe:
Morte, lasciami il tempo di confessarmi,
che mi liberi almeno dei miei peccati.
La Morte fu implacabile:
E tu, tutti questi anni che cosa hai fatto?
Non ti potevi almeno confessare?
E se lo portò via.
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100. I tre Santi podisti |
Un giorno, quando anche i Santi andavano a piedi e ogni paese aveva un protettore, il Padreterno radunò in assemblea tutti i Santi del Paradiso, per assegnare i patroni delle terre di Pescopagano, di Conza e di una sua contrada. E siccome era rispettoso della volontà di ognuno, volle prima chiedere chi avesse il piacere di prendere sotto la sua protezione quei paesi. Alla proposta del Padreterno si fecero avanti tre Santi: S. Erberto, S. Francesco di Paola e S. Andrea.
- Bene! – esclamò il Signore - Allora a S. Erberto viene assegnata la terra di Conza, a S. Francesco il territorio di Pescopagano e a S. Andrea la contrada di Conza, che per questo da ora in poi prenderà il nome di S. Andrea di Conza.
I tre Santi si mostrarono entusiasti dell'incarico ricevuto e partirono su due piedi alla volta delle terre loro assegnate. Ma quale la loro sorpresa quando giunsero sul luogo! Nessuno ancora aveva delimitato i confini tra i tre paesi, per cui incerte erano le loro rendite. Ognuno di loro domandò in giro nel proprio paese alle persone più anziane, ma nessuno seppe dare notizie precise. C'era il rischio che si aprisse un contenzioso che poteva durare a lungo, arrecando a tutti e tre i Santi discredito presso i fedeli delle parrocchie. Un giorno S. Erberto, che era anche vescovo, invitò nella curia S. Francesco e S. Andrea: - Da uomini di chiesa è opportuno che risolviamo la questione pacificamente…
Gli altri due Santi annuirono col capo e aggiunsero: - Certo, non sarebbe bello se noi, Santi di un certo peso, finissimo con il litigare. - Ma non avevano idea di come dividere le terre.
- Il territorio, tutto insieme, - riprese il vescovo - è assai vasto, e c'è tanta di quella terra fertile e ben coltivata dai coloni che è sufficiente a fornire una rendita non a tre, ma a sei parrocchie…
- Sì, va bene! – lo interruppe S. Andrea – Come fare allora?
- Io un'idea ce l'avrei. – continuò S. Erberto – Tutti e tre domani mattina, nello stesso momento, quando il gallo canta per la prima volta, partiamo a piedi: a ognuno toccherà il territorio che sarà riuscito a percorrere durante la giornata di domani. Man mano che avanziamo, però, per testimoniare il nostro passaggio, pianteremo dei paletti che delimiteranno i confini del territorio di ognuno.
La proposta non dispiacque agli altri due Santi, sicché si lasciarono abbracciandosi e baciandosi cristianamente. Se ne jéro tutt'e tre a lietto co' re gaddìne , per levarsi freschi e riposati la mattina successiva. S. Erberto, però, che si era addormentato con quel pensiero, dopo qualche ora di sonno, si svegliò nel pieno della notte e poiché non riusciva a riaddormentarsi, si fece tre segni di croce e balzò giù dal letto; poi iniziò di corsa il suo viaggio due ore prima della levata del sole. S. Francesco, da parte sua, si destò giusto all'alba, come tutte le mattine, e dopo una frugale colazione consumata senza fretta, al primo canto del gallo partì prendendo per la campagna; se ne andava con passo lento, godendosi lungo il camino la visione della bellezza della natura allo spuntare della luce.
Quando si alzò S. Andrea, che non sapeva rinunziare al piacere del riposo, da tempo il gallo aveva cantato la terza volta; e se la prese pure comoda, badando nel camminare a scegliere sentieri ombreggiati: se ne èva pàmpela pàmpela . Aveva allora lasciato le ultime case del paese, all'altezza del cimitero, che già trovò ficcato a terra il paletto messo là dal patrono di Pescopagano. Allora prese la strada che portava a valle: - E' tutta in discesa, recupererò il tempo perduto.
Ma non fu così. A metà costa, assai prima che toccasse la riva dell'Ofanto, trovò anche il paletto ficcato a terra da S. Erberto, patrono di Conza.
E fu così che, quando il sole volse al tramonto, S. Erberto aveva conquistato due volte il territorio percorso da S. Francesco e tre volte tanto quello di S. Andrea, facendo sue tutte le terre fino alla Sella di Conza; e dall'altro versante tutto il territorio che giunge fin sotto Pescopagano. E questo è il motivo per cui il paese di S. Andrea di Conza ha un territorio più piccolo di Pescopagano e ancor meno di quello che oggi è del comune di Conza.
Informatori e repertori
Sono segnate con un asterisco le traduzioni di locuzioni dialettali lasciate nel testo.
6. Il garzone di Cristo (Inf. R. Biancaniello)
Cfr. la variante, da me raccolta, in Fiabe Campane, a cura di R. De Simone, Einaudi 1994, p. 436.
* Gesù, m'è capitato un fatto strano, così e così…
9. Gesù, S. Pietro e la Morte ( Inf. M. Natale)
Cfr. la variante, da me raccolta, in Fiabe campane, a cura di R. De Simone, Torino 1994, p. 432.
* Tu hai le chiavi del Paradiso?
15. I due pastori (Inf. A. Cipriano)
Cfr. la variante, da me raccolta, in Fiabe Campane, a cura di R. De Simone, Einaudi, 1994, p. 429.
* Lascia che cresca, lascia che cresca!
44. La lettera della Madonna di Montevergine (Inf. C. Nigro)
Reg. a cura di Quirina Martone, 1998. Cfr. Irpinia devota III , Canti religiosi, n. 15,16.
* Per avvocato mi nomino la Mamma di Montevergine: lei sa che io sono innocente.
80. S. Francesco d'Assisi confessa una defunta (Inf. R. Raffaele)
A questa leggenda sembra si sia ispirato Giotto per il suo affresco Miracolo di una morta di Montemarano, che si trova nella Basilica Superiore di S. Francesco in Assisi. Sono stato costretto a intervenire per ricostruire la leggenda conosciuta in maniera molto succinta. Cfr. AA. VV. Montemarano, p. 19, Avellino 1994
* Aiutami, mia moglie muore!
81. San Gerardo, frate portinaio (Inf. Giuseppe Chieffo)
La registrazione avviene alla presenza di diversi narratori (agosto 1991), che prediligono racconti tinti di erotismo, fino a che il Chieffo, dopo aver narrato anche lui alcuni racconti piccanti, sbotta: “ Basta mo' cu sti cunti. I' tengu cchiù dde uttant'anni …” E per tutta la serata non vuole raccontare altro che leggende religiose. La fonte mostra così di conoscere tutta la vita e le numerose leggende del Santo dei poveri, che egli venera con particolare devozione; fino a che le gambe lo hanno sorretto si è recato a piedi al Santuario di Materdomini, attraverso le montagne. Dal medioevo fino a qualche decennio or sono, il giorno era segnato dalle ore canoniche: mattutino, mezzogiorno, ventunore (tre ore prima del tramonto), ventiquattore (il vespro). Cfr. Almanacco, 1 gennaio. Cfr. Irpinia devota III , Canti religiosi, canti n. 17, 18.
* Nel cuore dell'inverno
86. S. Aniello e la donna incinta (Inf. Aniello Nigro)
* Ah, ora si mette anche Sant'Aniello. A quanti Santi si deve dare retta?
90. Il principe e la Morte (Inf. A. Savarese)
* Io sono la Morte, la Morte dispettosa: / passo attraverso i muri, senza fare pertugi.
100 I tre Santi podisti (Inf. Pompeo Russoniello)
La leggenda, di cui si conoscono diverse varianti (le altre coinvolgono anche le terre di Cairano e di Teora) mira a dimostrare come il comune di S. Andrea di C. abbia un territorio così poco esteso.
* Si coricarono tutti e tre presto, all'ora in cui le galline rientrano nel pollaio.
* Badava a camminare solo all'ombra delle foglie.
Postfazione
Questa antologia di leggende religiose, di tradizione orale, è il risultato di una lunga ricerca nelle terra d'Irpinia, che ha fruttato in oltre vent'anni il possesso di una cospicua quantità di materiale, la maggior parte inedito. E la ricerca è stata faticosa, perché il racconto religioso, contrariamente alla fiaba che ancora gira sulla bocca di qualche anziano, è patrimonio oramai di pochissimi testimoni popolari.
Il mio lavoro aveva avuto inizio nella metà degli anni Settanta, quando limitavo l'interesse al patrimonio cantato. Ma le fonti, che non avevano mai prima trovato orecchie attente ai loro cunti e ai loro canti (perché non più eseguiti nelle occasioni rituali), generosamente comunicavano e registravano tutto quanto (cantato e non) conoscevano della tradizione popolare.
La prima idea di una raccolta di leggende religiose nacque più tardi, al tempo del premio “Michele Gallucci” di Calitri, che dal 1987 al 1994 ha vivacizzato la cultura dell'Alta Irpina, segnalando lavori significativi nel campo storico, sociale, antropologico…
La partecipazione ad alcune sessioni mi ha fruttato nuovi stimoli a proseguire sulla strada della ricerca, sia da parte del pubblico sia da parte dei componenti della commissione del Premio, insediata a Firenze, che si avvaleva di nomi prestigiosi, come Carlo Lapucci, autore di testi di successo, e Alberto Nocentini, docente dell' Università di Firenze.
L'incontro, poi, con Roberto De Simone (1990) ha fornito maggiore credibilità alle mie fatiche negli anni della collaborazione alle sue Fiabe campane . De Simone, da grande esperto di teatro e della musica popolare e non, ha avuto il merito di avvicinarmi con spirito diverso e con maggiore affetto alle nostre radici, che egli già in altre occasioni (1) ha saputo esaltare.
Il materiale in mio possesso è stato raccolto di persona (2), e le leggende che fanno parte del volume sono state registrate su nastro da narratori popolari (3). La trascrizione dei testi in lingua è fedele; ma io ho cercato di dare voce e tradurre nella parola anche gli elementi non detti della trasmissione orale, elementi assai significativi (senza i quali resta monca la rappresentazione del racconto), come le tonalità della voce, che esprimono le varie emozioni legate alla vicenda, la gestualità, le esclamazioni fatte di monosillabi, la musicalità delle parole che si deduce anche dalle locuzioni che ho voluto lasciare in dialetto.
Le pagine che qui propongo non sono il risultato di riflessioni scaturite da un lavoro effettuato in studio, ma sul campo. E così, l'incontro con informatori di diverse località irpine, l'ascolto di centinaia di cassette, la partecipazione diretta agli ultimi contesti narrativi sopravvissuti, assieme al mio personale patrimonio, di chi quelle esperienze ha vissuto nell'infanzia fino alle soglie dell'adolescenza, mi hanno indotto alla convinzione che in ogni comunità esistono dei veri narratori popolari, non solo depositari di un ricco patrimonio culturale, ma capaci anche di trasmetterlo, arricchendolo con invenzioni estemporanee, sollecitate dal contesto e dal pubblico d'occasione; sorprendente si è rivelata pure la loro capacità di recitare i cunti con una sapiente arte mimica e con un uso appropriato dell'espressione. Si tratta di personaggi dotati di una grande arte drammatica (4), che rivelano anche una facoltà creativa, testimoniata dalla registrazione di uno stesso racconto che risulta – pur nella stabilità del tessuto testuale - diverso nelle due versioni proposte in tempi differenti. Basta un caso per tutti: la leggenda inclusa in questo volume, Le elezioni in Paradiso è una variante, narrata dalla stessa fonte (Giulia Ciletti di Bagnoli) del racconto Il ladro di S. Giuseppe , che è nelle Fiabe campane di Roberto De Simone (5).
Diversi i contesti a cui era legata la narrazione delle vicende dei Santi. Ma, in genere, la leggenda religiosa veniva raccontata in tutte le occasioni di lavoro di gruppo, oltre che nelle serate trascorse in casa (6). Il racconto religioso, però, richiedeva un ambiente più raccolto e un pubblico meno chiassoso: trovava accoglienza nel locale delle maestre di cucito e di ricamo, anche perché prediligeva un pubblico femminile; in questo caso le fruitrici erano non più di tre o quattro ragazze che apprendevano il mestiere o che stavano lì per preparare il corredo con le proprie mani. Pure qui la narrazione veniva dopo la recita del rosario (cinque poste tutti giorni, quindici il sabato).
Anche per la narrativa religiosa c'erano le occasioni canoniche, corrispondenti alle festività del calendario liturgico. Natale e Pasqua erano le festività maggiormente cariche di significati simbolici, che avevano nel passato ispirato un ricco repertorio narrativo (cfr. n. 87, La visita della Madre di Gesù e n. 88, La nascita di S. Stefano , per il ciclo natalizio; e n. 53, Giovedì partì la Madonna , per il ciclo pasquale).
Altro contesto, il pellegrinaggio, che offriva l'occasione di rinnovare la tradizione narrativa lungo il cammino, ma assumeva anche la funzione di insegnamento per i piccoli che di quelle leggende trovavano la rappresentazione figurativa sulle grosse tavole appese nei saloni dei Santuari, riproducenti i miracoli (cfr. n. 44, La lettera della Madonna di Montevergine e n. 81, S. Gerardo, frate portinaio ), e nelle immagini degli ex voto. Altre occasioni del narrare, di natura rituale, cadevano la sera del diciassette marzo, vigilia di S. Giuseppe (oppure in occasione di S. Antonio Abate, S. Lucia, ecc.): in strada, in ogni quartiere, si accendevano i fuochi che richiamavano alla veglia tutti i vicini.
Contrariamente alla fiaba, il racconto esemplare resta fedele a un'unica antica fonte: lo attestano le registrazioni effettuate, a distanza di anni, dagli stessi testimoni, che si ripetono anche nei particolari, agevolati dalla forma in versi della maggior parte delle leggende; e questo conferma la loro origine di testi cantati. Molte erano nate nel medioevo (cfr. S. Alessio, S. Giuliano, S. Genoveffa, ecc.) come canti che narravano la vita dei Santi, una sorta di biografia cantata, alla stregua degli inni sacri. Queste, un tempo largamente conosciute e diffuse in tutta la nostra area, costituivano un ricco patrimonio cantato; molte altre venivano recitate come filastrocche. Oggi tutte appaiono degradate a racconti di corto respiro.
Gli informatori mi hanno raccontato e ripetuto in maniera fedele le stesse leggende. E la stabilità del testo è provata anche dal confronto fra varianti rilevate da fonti di diversa area (La leggenda medievale di S. Alessio è conosciuta in versioni simili da M. M. Nigro di Bagnoli, M. Tartaglia nata ad Atripalda, M. Cefalo di Solofra). In misura molto minore il repertorio religioso si presta alle modificazioni e alle elaborazioni dei narratori, perché ritenuto un prodotto sacro, contenente verità arcane ritenute inviolabili; e questo spiega la presenza nel testo di locuzioni incomprensibili agli stessi informatori. (cfr. Irpinia devota III, Canti religiosi, p. XIII).
A riguardo delle leggende religiose si può, piuttosto, parlare di costanti : le campane che suonano a gloria da sole per annunziare l'arrivo delle sante reliquie (cfr. n. 71, Il viaggio del corpo Santo di Filomema ; n. 73, S. Eùplo, infante pellegrino , ecc.); la direzione di marcia imposta dal Santo alla bestia da soma che trasporta i suoi resti, (Cfr. n. 77, Le reliquie di S. Bartolomeo , ecc.); l'addomesticamento di un lupo che poi diventa fedele compagno del Santo (cfr. n. 63, La sorgente di S. Marciano)…
Per la connotazione sacra del racconto e per la sua struttura ritmica, che hanno consentito la conservazione di testi più antichi, ci troviamo spesso di fronte a un linguaggio arcaico e a espressioni che nel dialetto quotidiano risultano desuete. Lo stesso modus narrandi degli informatori (mi riferisco ai narratori che conoscono bene l'arte di raccontare) è una sorta di recita drammatica che evoca le laude e le sacre rappresentazioni.
Alcune fonti (G. Chieffo, M. M. Nigro, M. Tartaglia, ecc.) rivelano una partecipazione viva, tale che nel narrare tradiscono sentimenti ed emozioni; vi sono, però, anche narratori (E. Lisena, A. Savarese, F. Antoniello, ecc.) che raccontano in maniera scanzonata; a qualche fonte non sfugge la battuta ironica (D. Iervolino, P. Picariello, R. Biancaniello, ecc.); alcuni informatori, come Giulia Ciletti, mostrano di possedere una consumata tecnica narrativa, fatta di gestualità e di tonalità vocaliche, che variano con le situazioni della vicenda.
Nel repertorio leggendario sacro, che noi oggi apprezziamo solo nel suo aspetto letterario, si sono cristallizzate manifestazioni devozionali, che sono rappresentazioni rituali appartenenti a epoche diverse; alcune di esse risalgono al tempo del paganesimo. Non pochi elementi delle leggende derivano da noti miti antichi, o comunque ne hanno assorbito episodi o ne contengono tracce. Il cristiano ripercorre la stessa strada dell'uomo pagano, cambiando nome soltanto alle antiche credenze.
Le piccole storie di Gesù Bambino nascondono vicende del mito classico, ma la con- taminazione non comporta per forza la perdita della genuinità poetica della versione originale. I riferimenti risalgono soprattutto a riti iniziatici e a sacrifici umani: il dra- go della leggenda di S. Giorgio (cfr. n. 55, S. Giorgio e il drago ) adombra un'antica divinità pagana; la leggenda di S. Giuliano (cfr. 48, S. Giuliano e la profezia delle zingare ) è la versione cristiana del mito di Edipo…
Anche nella leggenda irpina si rilevano tracce della mitologia pagana: S. Felicita, che vede sgozzati i suoi sette figli (cfr. n. 51, Il martirio di S. Felicita ), ha sostituito il culto locale di una dea infernale; e la sua vicenda ha trovato in Irpinia accoglienza solo a Rocca, nel cui territorio c'è la Mefite, dove si verificano esalazioni di gas venefici, un tempo sede di culto di una divinità infernale, per la quale si compivano sacrifici umani, di bambini appunto. La leggenda La Madonna che non si sa (n. 78), che tramanda la venerazione per una Madonna che non ha immagini ma che, se non si vede, si sente, evoca un simile culto di un'antica divinità tettonica.
Residui di credenze pagane sono anche le metamorfosi, come la trasformazione in asino di un castellano avaro (n. 13, Il castellano ). E questo ci riporta alla presenza degli animali nelle leggende religiose: oltre all'asino, vi sono il drago, il cane, il porcellino, le capre, il falcone, lo sparviero, ecc. Animali che la fantasia popolare divide in buoni e cattivi: buoni, come il porcellino, il cane, l'asino, ecc.; cattivi, come il drago, la capra, il falcone, ecc. I primi animali domestici e benefici, i secondi bestie segnate dalla maledizione divina.
Oltre al mondo animale, nelle leggende trova posto anche il mondo vegetale: la cicoria, l'albero di cachi, l'ulivo, piante che, avendo soccorso la Madonna, hanno ricevuto il segno della sua gratitudine; il lupino, invece, per aver richiamato l'attenzione dei nemici, è stato colpito dalla maledizione della Vergine. In realtà, le cose stanno al contrario: la leggenda tenta di spiegare il perché il lupino è amaro, il motivo per cui il frutto del cachi è detto legnosanto. Si tratta, insomma, di leggende eziologiche.
Assieme alle tracce che richiamano culti e pratiche religiose del mondo pagano, sono presenti nelle leggende popolari irpine anche numerosi elementi che risalgono all'epoca medievale. Sono medievali: la struttura stessa della leggenda e la sua funzione edificante; la rappresentazione dell'aldilà: il Paradiso (cfr. leggende n. 34, 37, 101, ecc.), l'Inferno (n. 18, 24, 50, ecc.); alcuni personaggi mostruosi che turbavano l'animo dell'uomo del tempo: il drago, la Morte (cfr. n. 9, Gesù, S. Pietro e la Morte; n. 90, Il principe e la Morte, ecc.); il pellegrinaggio a Roma sulla tomba di S. Pietro, a Campostela (cfr. n. 74, Le disavventure di un devoto di S. Giacomo ), in Terra Santa (cfr. n. 70, S. Alessio, cavaliere di Cristo ); l'ossessione della mala morte (cfr. Irpinia devota II , Almanacco, 31 gennaio), cioè la morte improvvisa che, impedendo la confessione, condannava alla dannazione eterna (cfr. n. 80, S. Francesco confessa una defunta ), e del Giudizio Universale.
La leggenda, rielaborazione popolare di esempi ascoltati durante le prediche, perde sulla bocca dei narratori la sua funzione edificante e viene rappresentata l'interpretazione che le classi più deboli danno della vita e dei loro rapporti con l'umano e il divino (cfr. n. 6, Il garzone di Cristo ).
La rappresentazione popolare accoglie, elabora e mescola materiale appartenente a epoche diverse, riducendo tutto alla stessa dimensione temporale, a un presente che è sempre, e a un'unica dimensione spaziale, superando così ogni elemento contingente, per diventare patrimonio di tutti e di sempre. Come la fiaba. E con la tradizione fiabistica la leggenda ha in comune motivi e situazioni, oltre che numerosi personaggi. Molte leggende stanno al confine con i racconti del mondo magico, sicché non di rado capita di incontrare anche in una fiaba un personaggio che proviene dal mondo religioso.
Tra i santi, che assumono tratti caratteristici di antiche divinità pagane, assai ricorrente nelle leggende sacre è S. Giuseppe, il quale ripropone la figura di una divinità protettrice. Egli si sottopone a tutti i sacrifici per crescere e proteggere Gesù (n. 1, 4, 5, ecc.); è un santo popolare, sensibile ai bisogno degli uomini; è presentato in Paradiso, (cfr. n. 101, Le elezioni in Paradiso, ), come un Santo che non si sente ripagato dei sacrifici. In questa leggenda, che è un documento interessante della evoluzione e delle trasformazioni che subisce un racconto popolare della tradizione, è stato inserito il motivo delle elezioni; il cambiamento è avvenuto negli anni delle lotte partitiche che opponevano la D. C. da un lato e il P. C. I. dall'altro. E anche in questa storia S. Giuseppe ha la funzione di santo protettore dei deboli e degli operai, perché operaio anche lui in vita.
Nelle trentatré leggende di Gesù, rilevate in Irpinia, vengono citati solo i nomi di quattro dei dodici apostoli: S. Pietro, S. Giovanni, S. Matteo e Giuda. Ma è S. Pietro che, come pochi altri, ha fortemente colpito l'immaginario collettivo, forse proprio per le sue debolezze umane, che lo hanno reso simpatico. Tanta popolarità è spiegata, appunto, dalla sua particolare connotazione tutta terrena. Infatti, risulta, nella tradizione orale, ora bugiardo, ora presuntuoso, ora pigro e egoista, ora truffaldino (cfr. n. 23, La storia del prosciutto ), ma tuttavia sempre simpatico, soprattutto in quell'eterna condizione di uomo perseguitato dalla fame.
Dio è nominato un po' dovunque; ma solo in un racconto, l'ultimo, la fantasia popolare ce ne presenta la figura con maggiori dettagli. Non incute soggezione; è il buon patriarca, che rassomiglia tanto alla figura patriarcale della famiglia irpina di un tempo; e così si mostra paziente, bonario, tollerante con tutti.
La fantasia del popolo non solo ha creato leggende di Santi, ma anche storie che hanno come protagonista il diavolo. La tradizione orale individua, oltre a Lucifero ( Capocìforo) , una sola personalità, il Diavolo Zoppo, che, a dispetto del nome, è il demonio più astuto e più veloce. Il demonio è il tentatore nelle leggenda di S. Elia (n. 72), al quale si presenta prima nelle vesti accattivanti di una bella fanciulla, e poi in quelle di un vecchio generoso carico di un sacco di monete. Solo quando è evocato, nel racconto La Madonna del Soccorso e il demonio (n.42), compare nel suo aspetto naturale e armato di uncino. Queste storie vengono raccontate dai narratori con forte realismo, al punto che indicano i luoghi della vicenda e i personaggi che l'hanno vissuta, in maniera da suscitare non solo paura in chi le ascolta, ma anche da creare la sensazione che si tratta di storie veramente accadute. Gli informatori citano pure località a loro familiari: solo questa la loro libertà, ma lasciano inalterata la vicenda. Le storie di paure sottendono l'arcano timore per le forze della natura, il terrore della morte e della dannazione eterna, il timore di rimanere vittima di oscure forze demoniache.
Per scongiurare la presenza del demonio basta il segno della croce o il suono provvidenziale di una campana, oppure l'invocazione alla Madonna o ancora uno scapolare, ecc. Con uno di questi accorgimenti subito il demonio squaglia, scréa (si dilegua all'istante) tra rumori di catene e lampi di fuoco, che lasciano poi nel luogo una nauseante puzza di zolfo.
Il mondo demoniaco non è rappresentato solo dai diavoli e dall'inferno, ma anche da figure come il taverniere, su cui si narravano non poche leggende dai contenuti macabri e cruenti. Egli appartiene a una stirpe già condannata sulla terra, perché è furbo, è profittatore, un uomo senza scrupoli, insomma, capace di stringere anche un patto con il demonio. Se si cerca l'epoca in cui questa figura è nata, di certo l'oste è nato assieme alla leggenda medievale. E se ne può spiegare la cattiva fama di cui godeva: egli offriva in quel tempo servizi a pagamento, gli stessi servizi che i monasteri praticavano come un dovere religioso.
La nostra narrativa popolare, anche nel genere della leggenda, è caratterizzata dall'ironia. Nulla prende troppo sul serio l'uomo comune, che finisce col giocare pure con i temi più sacri. Ma senza irriverenza. Il tono umoristico, così, coinvolge lo stesso Dio, Gesù, i Santi (mai la Madonna!). Anche il peccato è giustificato con divertita indulgenza.
La letteratura popolare racconta, rivisitandola in chiave ironica, anche la tradizione religiosa scritta; e questo atteggiamento scanzonato del narratore di fronte alla materia sacra gli consente, da una parte una visione divertita del reale, dall'altra di eludere le spiegazioni di quanto accade sulla terra, impresa difficile per una mente indotta e semplice.
Note
1. Rossi, De Simone Carnevale si chiama Vincenzo, Roma 1977 ; ma anche Fiabe campane, Torino 1994, a cura di R. De Simone, in cui, tra l'altro, l'autore afferma: “In Irpinia meglio si è conservata la memoria dell'immaginario collettivo della Campania”, p. XVII.
2. Nelle note in appendice ho segnalato i collaboratori che mi hanno fornito le loro registrazioni: Luigi Iervolino, Virginia Moffa, Antonietta Fimiani, Erika Giugliano, M. G. Perrotti, Quirina Martone, A. Siciliano, F. Ripandelli.
3. Ho fatto eccezione solo per tre testi, ritrovati manoscritti (F.lli Capone) oppure pubblicati sui giornali dell'epoca (Vassallo e Marano Festa), che appartengono alla terra di Montella, la quale cittadina vanta una ricca cultura popolare. La scelta è motivata dalla correttezza dei suddetti raccoglitori che sono stati fedeli al testo narrato dagli anziani del tempo.
4. E qui due esempi: Giulia Ciletti di Bagnoli (che conosceva un centinaio di testi tra fiabe e canti, tutti appresi oralmente dal padre o dalla nonna), che per anni ha guidato i canti processionali e ha partecipato a ogni genere di lavoro di gruppo, intrattenendo le compagne con i suoi racconti; e poi, Fernando Antoniello di Torella dei Lombardi, che non solo è una memoria inesauribile delle vicende locali, ma sa anche raccontare con divertente ironia e recitare con garbo i testi che egli scrive nel dialetto locale.
5. Op. cit. p. 1187.
6. Dice un'informatrice: “Appena calava il buio ci raccoglievamo attorno al focolare. Il nonno distribuiva le corone del rosario e, dopo la recita delle preghiere, si raccontava di tutto. Durante la spannocchiatura o la trebbiatura, invece, si raccontavano piuttosto racconti divertenti, fino a che qualcuna, un po' più anziana, diceva: - Be', ora narro io un fatterello - E prendeva a raccontare qualche storia di Santi” (Giulia Ciletti, nata a Bagnoli Irpino il 1923, casalinga).