CALENDARIO DEL CONTADINO IRPINO 2008

 

Nota dell'autore

I documenti della devozione popolare qui raccolti, e distribuiti giorno per giorno, sono il frutto di venti anni di ricerca sul territorio irpino; sono testimonianze che coinvolgono gli aspetti religiosi e tutte le manifestazioni di fede di una popolazione, la gente d'Irpinia, che in ogni occasione ricorreva all'aiuto delle forze divine.

I testi sono di varia natura, perché la religione del mondo rurale scandisce i vari momenti della giornata nelle più svariate forme letterarie: dalle ninne nanne alle filastrocche infantili, dalle strofette cantate a preludio di un gioco ai canti di questua, dalle formule magiche ai canti di lavoro, dai canti d'amore ai canti di dispetto, dai canti di pellegrinaggio ai canti funebri; sicché Dio, la Madonna e i Santi - come potenze positive -, ma anche il demonio, le anime dannate, il lupo mannaro, le janàre, ecc. – come entità negative risultano presenze costante in tutto questo repertorio popolare cantato.

I testi proposti sono nella loro totalità di fonte orale, testimonianze dirette (indicate con cura in appendice) per osservare la gestualità e la mimica facciale degli informatori, per cogliere e registrare le diverse inflessioni delle parlate, per sentire la musicalità del nostro dialetto… per avere, insomma, documenti diretti e non già filtrati da altri interpreti; ma anche per verificare lo stato del dialetto in Irpinia alla fine del secondo millennio. Per questo ho fedelmente trascritto le molteplici varietà di un dialetto che rivela già molti segni dell'omologazione.

Confesso di aver compiuto sforzi enormi per non correggere i testi, nel tenta- tivo di ripristinare le espressioni più antiche; se lo avessi fatto, avrei falsato i documenti nella loro veste linguistica e semantica. Questo patrimonio elaborato in lunghi secoli si presenta oggi quasi identico in ogni luogo della provincia, meno marcatamente tra i vecchi non corrotti dalla cultura scolastica.

Da tutto questo patrimonio emerge una pratica religiosa particolare, fatta di allusioni, di verità, di interpretazioni del divino a volte trasgressive, di una giustizia apparentemente trascendente, ma che tradisce la sua origine terrena e popolare.

Numerosissime le fonti , ma mi sono limitato a citare gli informatori che hanno fornito materiale più completo e meglio conservato, se non addirittura testimonianze uniche, di cui altrove si è perduta memoria. I testimoni appartengono soprattutto all'Alta Irpinia, dove meglio si è conservata la memoria storica, ma pure lì solo tra gli ultrasessantenni. Nelle zone più a valle, la memoria delle fonti spesso si limita alla conoscenza di pochi e lacunosi testi (per giunta nella sola forma letteraria, avendo già perduto da decenni i motivi musicali dei canti e la conoscenza dei contesti in cui le preghiere venivano recitate).

Le nostre usanze e credenze, che erano già in completo disfacimento, a causa della diffusione dei mass-media, hanno subito un colpo ulteriore negli anni '60, con la trasformazione dei processi di produzione; nei campi sopraffatti dal rombo delle macchine agricole, si sono spenti i canti di lavoro e di raccolto; ha impresso, infine, un‘accelerazione al cambiamento irreversibile della società irpina il terremoto, il quale ha smembrato i paesi della nostra provincia, ne ha disgregato le comunità, ha sradicato le famiglie disperdendole in luoghi diversi.

Di quelle poche testimonianze, che sono ancora largamente diffuse nella nostra provincia, è stata proposta la versione che mi è sembrata meno manipolata e meno lacunosa. Soprattutto per proverbi e detti, ho preferito omettere la citazione dei luoghi in cui sono stati registrati, tanto erano comuni e analoghi i testi.

Una cura particolare ho avuto nel trascrivere i documenti orali nella parlata dell'area di origine, sicché il lettore ha davanti a sé anche una molteplice varietà di dialetti e di strutture fonetiche e morfologiche, tante quante sono i paesi dell'Irpinia, luoghi della ricerca; quando la fonte non è indicata, si tratta di memorie personali.

Non c'era spazio per proporre le varianti. Ho fatto eccezione solo per la preghiera, il Verbo di Dio, presentata in tre versioni: la prima di Avellino, la seconda di Senerchia (31 gennaio) e la terza di Bagnoli (29 febbraio); ma di essa avrei potuto proporre numerose altre versioni di diverse aree, tanto era ed è ancora diffusa tra le persone della terza età.

Tutti i testimoni ricordano con la stessa intensità di fede di un tempo le preghiere, le nenie, le filastrocche, ecc. Nelle loro parole ho colto un rammarico per tutto quanto viene oggi messo da parte, una sorta di offesa alla memoria e alla sa- cralità della tradizione. E si stupiscono del mio interesse, stupore che viene dopo una iniziale diffidenza.

Però, quando sentono anche me recitare canti e filastrocche, si riaccende in loro la memoria, e con essa il piacere di ricordare e di raccontare. Risento e rivedo allora l'antica e originaria commozione, che nasceva da un intimo, e nello stesso tempo, comune sentimento devozionale. Ma dura solo il tempo del nostro colloquio, quasi di vecchi amici, i quali, dopo che si erano persi di vista, si sono ritrovati, e ora ripercorrono, per riconoscersi meglio, le stesse esperienze di una infanzia e di una adolescenza lontane.

Alla fine, gli interlocutori scuotono il capo, e non so se per un ritrovato senso della realtà, oppure per compatimento verso uno che, come me, corre ancora dietro a cose che nessuno cura più.